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L'epicondilite laterale o "gomito del tennista" spiegata dal Fisioterapista Azimut Moreno Brustia

L'epicondilite laterale, conosciuta anche come "gomito del tennista", è una delle più comuni sindromi       da overuse che colpiscono il gomito. Oggi nell’intervista al nostro Fisioterapista Moreno Brustia affronteremo questo tema.


Quali sono le strutture interessate e chi è maggiormente colpito?


La patologia colpisce i muscoli estensori dell'avambraccio che originano dall'epicondilo laterale dell'omero e, in modo particolare, viene spesso interessato il muscolo estensore radiale breve del carpo.
L'epicondilite laterale, classificata tra le tendinopatie, colpisce prevalentemente coloro che svolgono attività ripetitive stressanti per l'arto superiore come l'utilizzo prolungato di mouse e tastiera, i movimenti ripetitivi di pronazione e supinazione, il sollevamento continuo di oggetti pesanti e l'esposizione per lunghi periodi a vibrazioni dirette.
Tra gli sport maggiormente colpiti vi sono invece: baseball, badminton, paddle, nuoto e tutti gli sport in cui il lancio è un gesto ripetuto in modo continuo. Nonostante il nome che più comunemente viene attribuito all'epicondilite, è bene ricordare che soltanto il 5% di chi ne è affetto gioca a tennis.


Quali sono le principali cause e come si presenta clinicamente?


Essendo classificata come un infortunio da overuse, il meccanismo di danno principale è l'utilizzo eccessivo dei muscoli e dei tendini dell'avambraccio e del gomito, con contrazioni ripetute e attività che creano una continua tensione nelle strutture interessate. L'uso intensivo e le continue sollecitazioni possono provocare un maladattamento della struttura miotendinea, con possibile conseguente dolore a livello dell'inserzione muscolo-tendinea.
Un recente studio ha identificato 3 principali fattori di rischio:

  1. movimentazione manuale ripetuta di carichi maggiori di 1kg.
  2. movimentazione manuale per più di 10 volte al giorno di carichi superiori a 20 kg.
  3. movimenti manuali ripetuti per più di 2 ore al giorno.

Il sintomo principale che indica una possibile presenza di epicondilite laterale è il dolore alla palpazione a livello dell'epicondilo, dove si inseriscono i muscoli estensori. Inoltre spesso vi è perdita di forza dell'estensore radiale breve del carpo.


Qual'è il percorso terapico più corretto?


Il trattamento conservativo è solitamente indicato per la risoluzione della problematica. In fase acuta è spesso consigliato l'utilizzo di ghiaccio e di farmaci antinfiammatori per la riduzione della sintomatologia dolorosa e dell'infiammazione. A questi è necessario affiancare un percorso terapico mirato alla riduzione del dolore e al miglioramento della funzione. Tra le varie tecniche utilizzate trovano un buon riscontro clinico la terapia manuale, le mobilizzazioni con movimento (MWM), il rinforzo muscolare e lo stretching, le terapie fisiche come ultrasuoni e TENS, la riabilitazione gesto-specifica in base allo sport e l'educazione al controllo e alla modificazione delle attività dannose.
In particolari casi in cui la riduzione della sintomatologia dolorosa e della problematica risulta molto difficoltosa con un approccio di tipo conservativo. Dopo un’accurata valutazione da parte del personale medico, può essere preso in considerazione l'utilizzo di infiltrazioni di corticosteroidi ed eventualmente un approccio chirurgico.
Dobbiamo ricordare che non tutti i problemi laterali di gomito sono dovuti a delle tendinopatie, ma ci possono essere diverse cause di dolore, anche intra-articolari. La valutazione differenziale di un epicondilalgia deve essere molto attenta.

 

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Seminario “Timeout - Lo sport prende quota: SIGASCOT incontro il Monte Bianco”: il resoconto di Azimut

“Timeout - Lo sport prende quota: SIGASCOT incontro il Monte Bianco” è il seminario svoltosi sabato 21 settembre, presso la sala congressi della Skyway Monte Bianco a Courmayeur,  al quale hanno partecipato alcuni dei nostri terapisti e medici. Nella nostra ultima news raccontiamo la loro esperienza.


Come si è svolto l’evento?


Il convegno ha visto confrontarsi esperti medici dello sport, fisiatri, ortopedici e fisioterapisti su numerosi argomenti riguardanti gli sport di montagna ed alta quota. Questo tema di grande attualità è stato affrontato in cinque sessioni, in cui si sono toccati i più comuni e importanti sport estivi e invernali, come trail-running, sky-running, sci alpino, arrampicata sportiva, alpinismo e snowboard. 


Quali sono stati gli aspetti più interessanti del convegno?


In generale,  è stato molto utile ed importante per poter rimanere sempre informati sulle ultime novità scientifiche evidence based nell’ambito specifico della montagna. Perché questo continuo aggiornamento permette di  offrire così un miglior supporto e servizio a chi pratica queste attività sia a livello agonistico che amatoriale. Grazie ai numerosi interventi di esperti del settore sportivo di montagna, tra cui i Medici della F.I.S.I ed altri medici responsabili di gare tra cui il Tor Des Geants, è stato possibile per tutti i partecipanti aggiornarsi sulle ultime evidenze offerte dalla letteratura riguardanti le più importanti e comuni patologie che coinvolgono il mondo delle competizioni d’alta quota. Dopo una prima sezione di introduzione alla fisiologia e patologia dello sport in montagna, vi sono state interessanti esposizioni sulla patologia negli sport estivi come la corsa in montagna e l’arrampicata sportiva mentre, negli interventi pomeridiani, sono stati toccati temi riguardanti lo sci alpino, lo snowboard ed altri sport invernali. 


Qualche curiosità sulla giornata?


Durante il convegno è intervenuta  la campionessa di sci alpino Federica Brignone, che ha raccontato della sua personale esperienza riabilitativa in parte condotta in Azimut nella sede Biella. Il suo punto vista  ha aperto un confronto con quello che è il mondo della riabilitazione nel mondo professionistico degli sport invernali. Inoltre, bisogna riconoscere che è stato suggestivo partecipare al congresso organizzato da SIGASCOT sulle splendide funivie della Skyway Monte Bianco, in una giornata di EBM formativa ed interessante per tutti i medici e terapisti che hanno avuto il piacere di partecipare.

 

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La diastasi dei retti addominali spiegata da Elena Negro, Fisioterapista Azimut

La Fisioterapista Azimut Elena Negro è molto impegnata nella nostra Area Donna e rivolge particolare impegno ai percorsi di benessere studiati per aiutare le donne ad affrontare varie fasi: gravidanza, post parto, menopausa. Oggi l’abbiamo intervistata sulla diastasi per comprendere meglio di cosa si tratta e come si può intervenire. 


Cos’è la diastasi e perché si verifica?


La diastasi dei retti addominali consiste nella separazione eccessiva della parte destra dalla parte sinistra, le quali si allontanano dalla linea mediana. È principalmente una conseguenza della gravidanza. Altri fattori possono tuttavia contribuire alla sua comparsa, ad esempio obesità, sforzi eccessivi ripetuti o una forma di diastasi congenita. Sia le donne che gli uomini possono quindi presentare questo problema. Tutte le donne in gravidanza presentano la diastasi, che entro 3 mesi dal parto dovrebbe risolversi spontaneamente.


Quali sono i fattori di rischio?


I fattori di rischio che influiscono negativamente sono: età della gestante sopra i 35 anni, feto particolarmente grande o parto gemellare, sforzi eccessivi nell’ultimo trimestre tosse cronica. La diastasi è spesso ancora considerata una patologia innocua con ripercussioni solo di tipo estetico. In realtà, la lassità muscolare influisce sulla stabilità di tronco e bacino, provocando un sovraccarico di schiena e organi pelvici.


Come si riconosce? E quali sono le possibilità di intervento?


La diagnosi viene fatta da uno specialista, normalmente con l’esame ecografico, ma la donna può eseguire anche un’autovalutazione. Il trattamento riabilitativo, attraverso l’esecuzione di esercizi mirati, favorisce la “chiusura” della fascia addominale, migliorando la sua capacità di contenimento, supporto e stabilizzazione. Tra le armi a nostra disposizione, la “ginnastica ipopressiva”, particolarmente indicata nei casi di diastasi dei retti, in quanto:

  • Diminuisce la pressione addominale più di ogni altro esercizio
  • Permette una chiusura della fascia addominale elevata
  • Gli esercizi vengono svolti in “autoallungamento”, favorendo la correzione posturale
  • Migliora anche la muscolatura di colonna vertebrale e pavimento pelvico

 

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Sindrome delle gambe senza riposo: sintomi, cause e possibili rimedi

La Restless Legs, ossia sindrome delle gambe senza riposo (RLS), è un disordine neurologico comune, in cui chi ne è affetto lamenta la necessità impellente di muovere le gambe. 

Nella Giornata della Consapevolezza dedicata a questa sindrome abbiamo scritto una news per conoscerla meglio.

Quali sono i sintomi?

I pazienti faticano a definire con precisione i sintomi sensitivi, in generale lamentano: contrazioni notturne delle gambe, irrequietezza motoria, prurito/solletico, formicolii alle gambe,movimenti incontrollati delle gambe e necessità di muoverle.
Certo è che la sindrome delle gambe senza riposo rientra nella lista dei disturbi del sonno. Infatti, i sintomi si aggravano con il riposo, mentre il movimento li attenua.

Quali possono essere le cause di questa sindrome?

Sicuramente la prima causa è ereditaria, la sindrome viene trasmessa mediante un meccanismo autosomico dominante. Altre cause secondarie, dove la RLS è acquisita come conseguenza di altre patologie, possono essere: amiloidosi, artrite reumatoide, celiachia, diabete, carenza di folati e di ferro, malattia di Lyme, malattie renali, Parkinson, uremia.

Cosa consigliate ai pazienti affetti da questa sindrome?

In Azimut tutto parte dalla visita fisiatrica, indispensabile per definire il Progetto Riabilitativo contenente le linee guida del programma riabilitativo.
Tuttavia, nel quotidiano è possibile assumere delle abitudini funzionali al miglioramento. 

Può farci qualche esempio?

Massaggiare i muscoli delle gambe, prendersi cura della qualità del proprio sonno, alternare impacchi caldi e freddi sulle gambe, praticare regolarmente sport, fare stretching.
Ma soprattutto è importante rivolgersi al proprio medico fin dai primi sintomi, riferendo tutte le sensazioni percepite.

Ci sono comportamenti da evitare?

Sicuramente è importante ridurre il consumo di alimenti nervini, ossia ricchi di caffeina, come: caffè, tè, cioccolato, guaranà, cola e simili.
Anche l'alcol e il fumo aggravano i sintomi della sindrome da gambe senza riposo.
L'utilizzo di farmaci antiepilettici/ansiolitici/oppiodi per lungo periodo va monitorato perché questi possono aggravare la RLS.
 

 

 

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L'importanza dell'attività fisica nella prevenzione dell'ictus

L'ictus è la terza causa di morte in Europa, dopo le malattie del cuore e il cancro. Ma non solo, è anche la prima causa di disabilità tra gli adulti. Per contrastarlo è fondamentale giocare d'anticipo e nella prevenzione l'attività motoria ha un ruolo cardine.

Come si definisce?

Il termine ictus deriva dal latino e significa "colpo", si tratta dell'infarto cerebrale.
L'OMS definisce l'ictus come l'improvvisa comparsa di segni/sintomi riferibili a deficit focale e/o globale (coma) delle funzioni cerebrali, di durata superiore alle 24 ore o ad esito infausto, non attribuibile ad altra causa apparente se non a vasculopatia cerebrale.

Qual è la causa?

L'ictus è causato dal mancato arrivo di sangue in una zona del cervello, si tratta di un meccanismo molto simile a quello che succede al cuore durante l'infarto del miocardio.

Quali sono i fattori di rischio?

L'ipertensione, il diabete, il sovrappeso, stili di vita sedentari, il fumo sono tutti dei fattori che espongono i soggetti al rischio di ictus.  Poi c'è da considerare il sesso e l'età e questi sono dei fattori chiaramente non modificabili. Infatti, l’incidenza dell’evento cerebrovascolare aumenta con l’età e a partire dai 55 anni raddoppia per ogni decade, basti pensare che la maggior parte degli ictus si verifica dopo i 65 anni. Inoltre, il sesso maschile è più colpito da questa patologia, ma c'è da considerare anche la predisposizione familiare.

Quanto è importante l'attività fisica per la prevenzione?

Riveste un ruolo importante per la prevenzione di diverse patologie cardiovascolari e svolge un effetto protettivo anche nei confronti dell'ictus. Gli studi affermano che l'attività fisica è in grado di ridurre il rischio complessivo della patologia di oltre il 35%. Quando si parla di attività fisica non ci si riferisce solamente alle attività sportive in senso stretto, ma anche a tutte quelle attività che si espletano nella vita quotidiana e che comportano l'uso del corpo: fare i lavori domestici, usare la bicicletta per muoversi in città, salire e scendere le scale. 
Bisogna però distinguere tra due tipi di attività motorie per combattere l'ictus: 
quella "protettiva" che si rivolge a soggetti in buona salute e si svolge appunto per prevenire l'insorgenza di cause e fattori di rischio dell'ictus e quella "terapeutica"  per il miglioramento delle condizioni identificate come fattori di rischio di ictus.

Quali sono i benefici dell'attività fisica preventiva?

Gli effetti sono positivi su più fattori che riguardano l'ictus da vicino: invecchiamento, pressione arteriosa, patologie croniche, cardiovascolari, metaboliche ovvero tutte quelle condizioni favorenti le cause principali della patologia (placche aterosclerotiche, trombi, eventi emorragici). E quando ci riferiamo alle attività preventive intendiamo piccoli accorgimenti, basti pensare che per arrivare a 30 minuti di attività fisica aerobica moderata al giorno basterebbe:

  • andare a lavorare a piedi o in bicicletta,
  • non usare l'auto per piccoli spostamenti e preferire la camminata o una bella pedalata,
  • organizzare una passeggiata con gli amici o una corsa nel parco
  • fare le scale invece di prendere l'ascensore
  • scendere prima dall'autobus
  • dedicarsi al giardinaggio o ai lavori di casa


In cosa consiste invece l'attività fisica terapeutica?

Allora, in questo caso l'attività fisica va differenziata a seconda della condizione patologica da trattare: ipertensione, diabete e sovrappeso.
Ognuna di queste condizioni richiederà delle attività diverse e a queste andranno associate delle modifiche dello stile di vita, come ad esempio smettere di fumare, adottare delle diete povere di grassi ed eliminare l'assunzione di droghe e alcol.

 

 

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Corso internazionale di Idrokinesiterapia a Valens: Luca Zamprotta, fisioterapista Azimut, racconta la sua esperienza formativa

Il fisioterapista Luca Zamprotta di Azimut riabilitazione Biella, ha appena concluso un importante corso internazionale di idrokinesiterapia a Valens in Svizzera. Organizzato dalla I.A.T.F. , la più riconosciuta associazione mondiale in materia di riabilitazione in acqua, si avvale di apprezzati docenti internazionali ed è uno dei pochi italiani ad averlo concluso ad oggi.


Perché Luca questa scelta?


Ho voluto mettermi in gioco tramite questa scelta anche per il fatto di lavorare in una struttura come Azimut che punta e crede molto nella riabilitazione in acqua da accostare a quella in palestra. Infatti nel nostro centro di riabilitazione disponiamo di  una piscina con acqua riscaldata a 32°/33° dal 1994 che permette ai pazienti di godere dei benefici del galleggiamento, della temperatura e della viscosità di questo elemento in seguito a interventi chirurgici e per gestire problematiche ortopediche e neurologiche.


Il centro riabilitativo di Valens, possiede un’importantissima tradizione di ricerca e lavoro pratico inerente alla riabilitazione in acqua?


Si, Valens possiede 3 piscine di acqua termale a 34° circa, acqua pompata dalla vicina valle di Pfafers. Il potere curativo di tali terme era già stato scoperto da alcuni monaci nel 1240. Nel 1718 terminarono i lavori di costruzione per il bagno barocco nella gola di Pfafers, ovvero il primo antenato dell’attuale clinica, edificata poi a Valens nel 1970. È considerata un prestigioso riferimento internazionale in questo ambito: non a caso i partecipanti di questo corso, giunto ormai alla diciannovesima edizione, provenivano da tutta Europa ma anche da India, Egitto e Stati Uniti.


È stato interessante? Raccontaci.


Ho ritenuto importante la possibilità di investire in questo tipo di formazione, trascorrendo quasi due settimane di apprendimento concentrato in 11 ore al giorno delle quali 7 in acqua tra mattino e pomeriggio. Inoltre, ho avuto la possibilità di confrontarmi con fisioterapisti di differenti età, nazionalità e modi di intendere la fisioterapia.
I docenti sono due pilastri in questo settore: Urs Gamper e Johan Lambeck, due persone che hanno contribuito fortemente allo sviluppo e alla diffusione dell’idrochinesiterapia, tramite seminari in decine di Paesi, pubblicazione di articoli scientifici in ambito di ricerca, e formato fisioterapisti in tutto il mondo. Un paio di anni fa sono stati anche in Azimut per collaborare alla formazione del personale.
Le metodiche insegnate sono principalmente tre: Water Specific Therapy, Bad Ragaz Ring Method e Clinical Ai Chi. La prima si basa sulla possibilità di sfruttare un ambiente più facilitante come quello della piscina per poter lavorare sui deficit del paziente, in modo da poter anticipare o consolidare determinati obiettivi terapeutici che la persona necessita perseguire a secco, ovvero in palestra e nella vita quotidiana.
Il secondo metodo deve il suo nome alla vicina località di Bad Ragaz, nella quale venne brevettata una possibilità terapeutica che utilizza dei “rings”, ovvero anelli (dunque galleggianti a forma di ciambella), da far indossare al paziente per potergli far eseguire determinati esercizi in un rapporto uno a uno con il terapista.
L’ultima opzione si chiama Clinical Ai Chi e rappresenta una trasposizione in acqua di 20 Kata (ovvero posizioni) del Tai Chi, che il terapista può modificare e adattare ad ogni tipologia di paziente sempre nell’ottica di affrontare e lavorare sui deficit della persona.
Insomma, un’esperienza dal sapore internazionale arricchita  dall’efficiente organizzazione elvetica, dalla professionalità ed esperienza di docenti preparatissimi e dai magnifici paesaggi di montagna del Canton dei Grigioni.

 

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Overtraining: di cosa si tratta e come prevenirlo

Il termine overtraining o sovrallenamento indica una condizione di disagio che riguarda gli sportivi e in modo particolare gli atleti agonisti. Oggi parleremo delle cause, dei sintomi e della prevenzione.

Cosa s'intende per sovrallenamento?

Si tratta di un malessere globale che provoca sintomi sia di natura fisica e sia psicologica con una caratteristica principale: la riduzione della prestazione atletica. 

Quali sono le cause?

Partiamo dal presupposto che l'aumento della prestazione atletica si ottiene attraverso lo stimolo allenante. Tuttavia, il corpo e la mente progrediscono e si adattano in modo ottimale solo grazie al riposo e all'alimentazione.
Quindi se da un lato è vero che forza, resistenza, coordinazione e le altre capacità dell'organismo aumentano grazie al carico allenante è altrettanto vero che senza il riposo e l'alimentazione corretta questo stimolo può  rivelarsi inutile o diventare nocivo.
Di positivo c'è da dire che si tratta di una situazione reversibile, che però può pregiudicare il raggiungimento dell'obiettivo agonistico e anche creare le condizioni favorevoli a patologie e infortuni muscolari, tendinei e articolari.

Quali sono i sintomi dell’overtraining?

Innanzitutto bisogna precisare che il sovrallenamento è una condizione abbastanza rara e molto spesso si presenta in forma lieve o comunque incompleta.
Bisogna fare attenzione ai seguenti sintomi:

affaticamento eccessivo e immotivato,
tachicardia a riposo,
difficoltà a far aumentare le pulsazioni durante gli sforzi elevati e a farli diminuire durante il recupero
amenorrea nelle donne
alterazioni comportamentali come apatia, insonnia, irritabilità e depressione
dolori cronici ai muscoli, ai tendini, alle articolazioni e incremento dell'incidenza di infortunio
calo di peso, riduzione dell'appetito e aumento del desiderio di cibi dolci
abbassamento delle difese immunitarie e conseguente suscettibilità alle infezioni come virus influenzali
alterazioni ormonali: eccesso di cortisolo, ACTH e prolattina

Come ci si deve comportare?

Non è detto che compaiano proprio tutti i sintomi sopra elencati, ma in presenza anche di una parte di essi è indispensabile mettersi a riposo totale per 7-15 giorni e riflettere sulle cause potenzialmente responsabili.

Quali potrebbero essere?

Potrebbe esserci uno stimolo allenante eccessivo in senso assoluto o in relazione alle possibilità di riposo/alimentazione. Questa condizione si riconosce dal fatto che l'intensità o il volume sono tali da non permettere di completare l'allenamento pianificato, nemmeno a distanza di alcune settimane dall'inizio. In questo caso è necessario ridefinire nuovamente il programma (ridurre la frequenza degli allenamenti, il volume o l'intensità).
Oppure potrebbe trattarsi di un problema connesso alla standardizzazione dell'allenamento che può provocare monotonia e inadeguatezza sull'atleta singolo.
Altri motivi possono essere dovuti a carenza o disturbi del sonno, eccesso di stress, competizioni troppo ravvicinate, deficit nutrizionali, eccesso di integratori, interruzione di cicli dopanti, problemi personali

Come si previene l'overtraining?

Diciamo che il sovrallenamento può essere evitato con delle buone abitudini:
adeguare il recupero, buona qualità del sonno, corretta alimentazione, l'uso di integratori quando necessario, mantenere atteggiamento positivo per non cadere nell'ansia da prestazione, scegliere volumi di allenamento adeguati, tenere sotto controllo i valori ematici e i parametri metabolici, pianificare l'allenamento in relazione agli impegni personali e familiari. Infatti, quando lo sport non è sincronizzato al resto delle attività diventa stressante e molto difficile da gestire.
Inoltre, è bene organizzare il programma annuale prevedendo periodi di carico e di scarico ed anche brevi momenti di rigenerazione totale con pause di astensione totale ad esempio di  4-7 giorni.

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Azimut ha attivato la convenzione con RBMSalute e Previmedical

Abbiamo una buona notizia: Azimut ha  recentemente attivato una convenzione con RBMSalute e Previmedical. 
Quali sono i vantaggi e chi può ottenerla? Lo raccontiamo nella nostra news.

Di cosa si occupano Previmedical e RBMSalute?

Previmedical e RBMSalute offrono servizi assicurativi per la sanità integrativa. Dal 2018 sono entrati a far parte del loro circuito oltre 5 milioni di nuovi assicurati.
Nello specifico RBM Assicurazione Salute con i nuovi Piani Sanitari per gli oltre 1,5 milioni di assicurati e per i relativi familiari (coniuge e soggetti assimilati, figli) garantisce una “presa in carico” integrale delle spese sanitarie sostenute dagli assicurati in regime di assistenza diretta (struttura sanitaria e medico convenzionato) all’interno delle strutture sanitarie convenzionate abbracciando a 360° l’intero percorso di cura. 

Quali sono le novità e chi può usufruirne?

La novità principale è che Azimut fa parte delle strutture convenzionate del circuito di RBM Assicurazione Salute.
L'elenco delle aziende che hanno scelto RBMSalute per i propri dipendenti e relativi familiari è molto lungo. Queste aziende operano nei settori più disparati: credito, finanza, trasporti, ristorazione ecc... Mettiamo a disposizione il PDF scaricabile con tutte le aziende che hanno scelto questa assicurazione integrativa per i loro dipendenti.  

Se hai diritto a questa convenzione e vuoi conoscere meglio i vantaggi: chiamaci e ti forniremo tutte le indicazioni necessarie per ottenere le informazioni che cerchi. 
Contatta: Azimut Riabilitazione Biella Tel. 015 27098

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