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Tendinopatia della zampa d'oca: sintomi, cura e prevenzione

Cos’è la tendinopatia della zampa d’oca, come si manifesta e quali sono i fattori determinanti? Abbiamo chiesto al Fisioterapista Luca Zamprotta di Azimut Biella di intervenire su questa tematica e rispondere a queste e molte altre domande. 
 
Come si manifesta la tendinopatia della zampa d’oca?
 
La tendinopatia della zampa d’oca è una condizione di frequente riscontro in chi pratica attività sportiva tipo corsa, step e bicicletta e nei soggetti di sesso femminile. Il dolore è elevato ed è spesso causa di interruzione forzata dell’attività sportiva o ne impedisce la pratica nelle fasi sub-acute.
Solitamente subentra dopo sovraccarico funzionale e l’infiammazione si manifesta con dolore urente e bruciore nella parte superiore ed interna della tibia, dove si inseriscono i tendini della zampa d’oca. 
 
Perché si definisce “zampa d’oca”?
 
I tre tendini che formano la zampa d’oca traggono origine da 3 diversi muscoli che sono: il muscolo gracile, semitendinoso e il sartorio. Questi muscoli, alloggiati nella coscia, permettono la flessione del ginocchio e la rotazione esterna della coscia rispettivamente. I tendini terminali di questi muscoli si inseriscono sulla parte interna della tibia, subito sotto il ginocchio, assumendo un aspetto “palmato” simile alla zampa di un’oca. In stretto rapporto con i tendini c’è la borsa sierosa che spesso si infiamma insieme ai tendini sopra detti, determinando l’insorgenza della borsite della zampa d’oca.
 
 
Quali fattori sono predisponenti?
 
Il sesso femminile, in quanto la donna presenta un maggiore valgismo delle ginocchia
Il valgismo delle ginocchia: il ginocchio valgo determina uno “stiramento” delle strutture tendinee interne. I piedi piatti accentuano il valgismo delle ginocchia
Contratture e/o ipotonotrofia muscolare: il quadricipite è il principale muscolo che stabilizza il ginocchio, insieme agli altri muscoli della coscia e, se non in condizione, favorisce il sovraccarico funzionale sul ginocchio e sulle strutture adiacenti.
Lesioni del comparto interno del ginocchio: lesioni del menisco interno e del legamento collaterale mediale talvolta si associano alla tendinopatia.
Artrosi di ginocchio
Sovrappeso
 
Come si cura?
 
1. Riposo: è la migliore terapia per tutte le tendinopatie
2. Ghiaccio: è buona norma applicare più volte del ghiaccio sulla parte interessata per 10-15 minuti durante la giornata 
3. Tutore: in alcuni casi può essere utile un tutore di ginocchio in estensione che mantenga a riposo l’articolazione
4. Antinfiammatorio locale: è possibile utilizzare pomate/gel a base di sostanze con azione antiinfiammatoria (ad esempio arnica) 3 volte al giorno
 
Seguendo questi consigli nell’arco di una settimana si dovrebbero ottenere già dei benefici. Comunque è sempre indicato rivolgersi al proprio medico specialista di fiducia. La diagnosi è semplice, essenzialmente clinica e l’elettroterapia può essere molto utile per risolvere il dolore e l’infiammazione tendinea. Per questo sono indicate  le terapie fisiche strumentali (ultrasuoni, diatermia, laser, ionoforesi).
È fondamentale però associare una buona riprogrammazione muscolare con esercizi mirati graduali.
 
Come si previene?
 
L’equilibrio muscolare e la pratica regolare di attività sportiva sono la base per evitare in generale le tendinopatie. Utile lo  stretching dei muscoli degli arti inferiori, per contrastare le contratture, soprattutto dei muscoli quadricipite femorale, flessori del ginocchio e polpacci.
Da tenere a mente è che, quando si inizia uno sport o un’attività motoria in generale, soprattutto se fino a questo momento si ha avuto una vita sedentaria, è bene cominciare in modo graduale. L’ esercizio fisico svolto in modo graduale permette di comprendere i propri limiti e di superarli, riuscendo a trovare la giusta regolarità ed essendo così in grado, non solo di curare, ma anche di prevenire tanti possibili infortuni.
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L'ictus e la riabilitazione. Intervista al nostro fisioterapista Magarotto Alessandro

Cos'è l'ictus, come si manifesta, quali sono le persone più a rischio e quanto è importante la riabilitazione? Parliamo di questi argomenti con il fisioterapista Magarotto Alessandro di AZIMUT riabilitazione Biella

Cosa si intende per ictus?
L’ictus è una patologia neurologica frequente causata da ischemia o emorragia cerebrale, il cui esordio solitamente è improvviso e comporta una perdita di funzioni motorie e cognitive che variano a seconda dell’area cerebrale colpita. Per questo motivo risulta fondamentale la precoce attuazione del programma riabilitativo, nel quale fisioterapista, logopedista e terapista occupazionale intervengono sotto la supervisione del medico fisiatra con l’obiettivo di recuperare le abilità compromesse sfruttando al meglio le capacità residue.

Quali persone hanno maggiori rischi di essere colpiti dall’ictus?
Le probabilità di essere colpiti dall’ictus aumentano con l’avanzare dell’età, raddoppiando ogni decade dopo i 55 anni. Gli uomini sono più colpiti e vi è un maggior rischio se un parente consanguineo è affetto da questa patologia. Con un’adeguata attività di prevenzione, il mantenimento di uno stile di vita sano e, se necessario il trattamento farmacologico, è possibile ridurre le probabilità di essere colpiti dall’ictus agendo sui “fattori di rischio modificabili”. Questo significa gestire in modo opportuno eventuali malattie cardiovascolari e situazioni di ipertensione arteriosa, ipercolesterolemia, diabete, scarsa attività fisica, dieta inadeguata e fumo di sigaretta. 

Quali sono le conseguenze dell’ictus?
Fra i possibili scenari post-ictus spesso si delinea una situazione di emiparesi, caratterizzata dalla riduzione della forza e dalla difficoltà a muovere braccio e mano, gamba e piede di “metà corpo”, La gravità di questi sintomi può variare da lieve a molto importante, ovvero da una minima debolezza e sensazione di fatica riscontrate durante lo svolgimento di un’attività specifica fino a un’incapacità al movimento volontario. Inoltre, possono presentarsi deficit dell’equilibrio, difficoltà a parlare o a comprendere le parole, disturbi della sensibilità o della deglutizione, formicolio costante a determinate aree del corpo ecc...

La riabilitazione
Il fisioterapista si occupa del recupero motorio delle abilità compromesse, prima fra tutte il cammino. Gli obiettivi del trattamento sono il recupero di un cammino autonomo e sicuro e la riduzione delle difficoltà nei movimenti tramite il rinforzo neuromuscolare. Qualora la restitutio ad integrum non sia possibile, ovvero il ritorno alla situazione precedente la malattia, occorre individuare opportune strategie per ridurre le difficoltà incontrate nello svolgimento delle attività della vita quotidiana riducendo la disabilità residua.
Anche a distanza di tempo dall’esordio della patologia, l’intervento fisioterapico si dimostra efficace per il mantenimento delle capacità riconquistate durante la riabilitazione e per un’attività di prevenzione volta a contrastare rigidità, precoce affaticamento e decondizionamento cardiorespiratorio. Il mantenimento di uno stile di vita attivo e lo svolgimento di una regolare attività fisica è fondamentale per contrastare la sedentarietà e mantenere uno stato di benessere duraturo e prolungato.

 

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La pubalgia nello sportivo. Intervista al nostro Fisioterapista Federico Sonnati

Cos’è la pubalgia? Come si affronta? Come mai è una patologia così ostica da affrontare? Cerchiamo di approfondire questi ed altri aspetti di questo diffuso problema con il nostro fisioterapista Federico Sonnati.

Cosa si intende esattamente con pubalgia?
Con questo nome si identifica un insieme di sintomi a livello inguinale e pubico che possono avere origini di vario tipo.
È di per sé un termine fuorviante: non identifica nessuna patologia e sotto questo nome vengono raggruppati quadri clinici diversi quando non è ancora stata effettuata una diagnosi più specifica. È proprio il corretto inquadramento clinico il primo obiettivo della nostra équipe, tassello fondamentale per una corretta guarigione.
Qual è dunque il corretto iter per combattere questi sintomi?
Il primo passo è effettuare una visita fisiatrica. Il medico deve escludere patologie più importanti a carico di ossa e addome (ernie inguinali, osteomi) e identificare se l’origine dei sintomi sia di tipo articolare, a livello dell’anca, o di tipo tendinea, nelle inserzioni di addominali e adduttori. Quest’ultima tipologia di problema è quello che colpisce maggiormente i pazienti sportivi e rientra sotto il termine di sindrome retto-adduttoria.
Dopodiché spetta al fisioterapista, in base all’origine dei problemi, ri-valutare il paziente sotto una diversa ottica, per individuare quale tipo di predisposizione, di sovraccarico o di alterazione dei movimenti abbia causato lo squilibrio responsabile del dolore, di modo da procedere con le corrette terapie.
Nella sindrome retto-adduttoria si manifestano dolori intensi nella zona pubica sia durante lo sport che a riposo, il dolore è dovuto al sovraccarico del tendine (il tessuto che collega il muscolo all’osso) quando subisce sollecitazioni eccessive. In questo caso il terapista ha il compito di capire come mai durante determinati gesti sportivi alcuni gruppi muscolo-tendinei si sforzino più di altri al punto di arrivare a una situazione patologica. Spesso il problema è causato da un insieme di debolezze di altri gruppi muscolari, rigidità fasciali e articolari, schemi di movimento scorretti rispetto al gesto da effettuare.
Si possono effettuare terapie fisiche per arrestare il processo patologico del tendine e tecniche manuali per restituire la mobilità articolare. Ma l’aspetto principale spesso è il corretto esercizio terapeutico capace di restituire forza, controllo e coordinazione ai segmenti interessati, oltre che ricondizionare i tessuti eccessivamente sollecitati perché non in grado di accettare la quantità di carico richiesta.
Come mai non tutti gli atleti rientrano all’attività con tempi lunghi o senza aver risolto il proprio problema?
La problematica principale nella pubalgia è il corretto inquadramento del paziente e del suo problema. Senza la corretta diagnosi è difficile guarire e spesso la complessità delle patologie sfugge al team medico che, non individuando la causa, cerca di guarire solo i sintomi. Il nostro obiettivo è dunque di approfondire con attenzione l’aspetto valutativo e l’esercizio per risolvere il problema alla radice, senza voler solo spegnere il dolore.

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I Congresso Internazionale di Riabilitazione Fasciale. Roma 11 - 12 Maggio

Si tratta del primo congresso a livello internazionale che pone il focus sulla riabilitazione delle strutture fasciali proponendo una visione unitaria.  

Con strutture fasciali si intendono vari tessuti di struttura e funzione diversa: dal tessuto connettivo lasso al denso, dalle sierose ai legamenti viscerali, dal connettivo neurale a quello muscolare.

La Federative Committee on Anatomical Terminology definisce la fascia come "una guaina, un lenzuolo o un numero qualsiasi di altre aggregazioni dissecabili di tessuto connettivo che si forma sotto la pelle per attaccare, racchiudere, separare i muscoli e gli altri organi interni".

Il congresso nasce per affermare l'importanza che negli ambiti riabilitativi si sviluppi un'integrazione tra la concettuale anatomica rivolta al tessuto fasciale di per sé e quella funzionale  da intendersi come network della continuità tra diversi livelli gerarchici di organizzazione corporea che si realizza attraverso la struttura multidimensionale e multifunzionale delle fasce stesse.

Questa prospettiva si inscrive nell'ottica dell'unicità e della globalità dell'Essere Umano e dunque, parte dal presupposto che il trattamento fasciale sarà incompleto se non viene ripristinato l'equilibrio corporeo. Al contempo se le resistenze fasciali non vengono risolte, il trattamento riabilitativo degli aspetti neuromuscolari non porta al ripristino di una dinamica corporea.

Tutti questi argomenti saranno oggetto di discussione al congresso che si terrà a Roma per due giorni. 

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Protesi alla caviglia e riabilitazione

Milco Zanazzo, Fisioterapista Azimut, ci parla dell'intervento di protesi alla caviglia e della riabilitazione post operatoria nelle sue varie fasi.

Quali sono oggi le indicazioni relative alla protesi di caviglia?

Oggi la protesi di caviglia è ormai considerata una pratica chirurgica assodata e di indubbia efficacia: è presente una vasta letteratura che presenta casistiche e follow up ormai ricchi di buoni risultati.
Malgrado ciò, l’impianto di protesi di caviglia è estremamente meno frequente della protesizzazione di ginocchio ed anca. Inoltre, in questi  distretti il 97% degli impianti avviene su artrosi primitiva, mentre la caviglia raramente ne è colpita.
L’artrosi primitiva rappresenta infatti soltanto  il 27% dei casi, mentre l’artrosi post traumatica (frattura articolare, peri-articolare o in ripetuti traumi legamentosi) ne costituisce il 46%; il restante 19% avviene nel caso di malattie infiammatorie sistemiche (es artrite reumatoide).
Peraltro, l’età media del paziente protesizzato di caviglia è inferiore rispetto alle altre protesizzazioni dell’arto inferiore: un paziente che si sottopone ad un impianto di protesi totale di caviglia ha un’età media  di 60 anni, minore sia se paragonato alla protesi totale d’anca (68 anni) che di ginocchio (69 anni).

Controindicazioni?

Controindicazioni assolute sono le infezioni locali croniche o acute, la necrosi astragalica, i disordini neuromuscolari, le artropatie neurogene (es. malattia di Charcot) e la sindrome diabetica con polineuropatia.
A queste si aggiungono l’instabilità o i disallineamenti non correggibili con osteotomie.
Controindicazioni relative: osteoporosi grave, trattamento immunosoppressivo, sindrome diabetica in assenza di neuropatia.

Come si svolge il programma riabilitativo?


Fatte queste considerazioni iniziali, va detto che non esistono ancora delle vere e proprie linee guida riabilitative  e la letteratura scientifica a proposito di questo argomento è molto limitata. Sembra comunque assodato che un periodo di training pre-operatorio possa migliorare l’outcome finale.. Nel periodo successivo all’intervento chirurgico, la caviglia viene immobilizzata con tutore o apparecchio gessato per un periodo che può variare dalle 3 alle 5 settimane. Durante questa prima fase gli obiettivi sono fondamentalmente il controllo di dolore e infiammazione ed il mantenimento di un buon tono muscolare dell’arto inferiore in generale; il paziente viene istruito sulle norme da seguire per preservare l’articolazione da complicanze e sugli esercizi da eseguire a domicilio. Nelle sedute di lavoro con il fisioterapista, il paziente deve innanzitutto imparare a deambulare con le stampelle per evitare di dare carico eccessivo sulla parte operata, inoltre gli saranno illustrati gli esercizi di ginnastica vascolare e le posture da mantenere durante la giornata per evitare o diminuire il gonfiore nella parte operata.Infine dovrà eseguire esercizi sia isometrici che isotonici per mantenere un buon tono muscolare di tutto l’arto inferiore senza sollecitare la protesi. 
Nella fase successiva, quando il paziente rimuove il tutore, il programma riabilitativo si intensifica, aumentando la frequenza delle sedute presso il centro fisioterapico di riferimento. Gli obiettivi in questa fase sono: recuperare una buona articolarità sia della caviglia (non si raggiungerà il r.o.m. completo) che di tutte le articolazioni del piede, migliorare il tono dei muscoli direttamente interessati al movimento e alla stabilità della caviglia (polpaccio, tibiale anteriore e posteriore, peronieri, muscolatura intrinseca del piede e fascia plantare). Il lavoro a secco può essere integrato con l’idrokinesiterapia che, grazie ai benefici prodotti dalle caratteristiche fisiche dell’acqua, permette di ridurre il gonfiore e migliorare il ritorno venoso anche delle parti più distali, eseguire movimenti attivi facilitati o resistiti dall’acqua, iniziare la rieducazione al carico e al passo in un ambiente microgravitario.
Nell’ultima fase il paziente deve recuperare un buon controllo neuro-muscolare al fine di poter svolgere le attività di vita quotidiana e ricreativa, rispettando alcune norme di comportamento.

Quali sono gli outcome, ossia i risultati finali?


A differenza della protesizzazione d’anca e di ginocchio a seguito delle quali il paziente può riprendere attività fisiche simili alla situazione precedente l’intervento, nel caso della caviglia i limiti sono ancora molti, e soprattutto è assolutamente sconsigliato al paziente di svolgere attività in carico gravose, in particolar modo quelle dinamiche.
La nostra esperienza a riguardo di questo tipo di intervento si è arricchita in questo ultimo decennio, anche se il numero di pazienti trattati è ancora abbastanza ridotto.

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Le Olimpiadi e il triplete: Federico Bristot racconta la sua avventura con le azzurre

Di ritorno dalla Coppa del Mondo e dalle Olimpiadi siamo riusciti a intervistare il nostro Fisioterapista e Osteopata Federico Bristot che segue le azzurre da ormai tre anni, per la precisione dal Marzo 2015. Racconta di aver portato a casa dalla Corea il ricordo di un popolo della gentilezza fuori dal comune.

- Da quanto tempo lavori in Azimut e cosa porterai indietro di quest'avventura da spendere nel centro?

Dal 2004 a Milano, poi sono tornato a Biella dopo 3 anni. Della sede di Milano ho carissimi ricordi di tutto lo staff. Sono tutti cari amici.
Vorrei portare in Azimut una metodologia innovativa sul trattamento degli sportivi. Ho un progetto sportivo che sto completando e che si basa sull'esperienza con la nazionale di Bob, ma soprattutto con la Nazionale di Sci. Sono stati 3 anni intensi e vorrei riportare questa metodologia di trattamento vincente a Biella.

 

- Coppa del Mondo e Olimpiadi. Per le atlete esiste una differenza in termini di tempi, impegno e preparazione atletica?

Di base, sul generale la Coppa del Mondo è una giostra che non smette mai di girare, ci sono trasferte continue e in base alle condizioni meteo il programma può essere stravolto e riorganizzato. Quindi, anche dal punto di vista professionale c'è una cura del dettaglio e una particolare attenzione dal punto di vista energetico perché bisogna arrivare alle scadenze in condizioni ottimali. I trattamenti sono quotidiani e rientrano nella loro routine di lavoro, si inizia al mattino, poi c'è la preparazione atletica e poi i trattamenti osteopatici. E qui si inseriscono le mie attività che nello specifico è il trattamento pre-gara che è stipulato grazie a questa continuità.
Bisogna considerare che le gare di Coppa del Mondo sono 40 forse anche di più. 
Ho seguito praticamente tutte le discipline, dall'area della velocità - Discesa Libera, Super G e Combinata - e tutte le discipline tecniche, ossia il Gigante e lo Slalom Speciale. Questo perché è la squadra delle polivalenti, sono ragazze che praticano tutte le discipline. Questa è una selezione della nazionale e per questo hanno creato uno staff dedicato per seguirle sempre che si compone da me in qualità di Fisioterapista e Osteopata, due preparatori atletici, un direttore tecnico e  tre allenatori. Questo staff segue la squadra composta dalle nostre azzurre: Sofia Goggia, Federica Brignone, Nadia Fanchini, Elena Curtoni, Marta Bassino e Francesca Marsaglia.
Tornando alla differenza tra Coppa del Mondo e Olimpiadi, beh l'Olimpiade è una bolla di energia e adrenalina con queste gare molto secche. Se nella Coppa del Mondo ci sono le trasferte, ma anche una routine e delle cadenze, nelle Olimpiadi c'è solo l'obiettivo principale. Ancora di più c'è la cura del dettaglio. Non c'è una grossa differenza a livello di esercizi e di trattamenti, anche perché chiarito il focus tutto viene di conseguenza. È ovvio che c'è da gestire molta tensione e adrenalina. Cambia il modo di viverla e le emozioni in gioco.

- Quali sono stati i momenti più coinvolgenti di quest'esperienza?

Il triplete di Bad è stata un'emozione unica. È stata una giornata incredibile perché è come se ci fosse stato qualcosa nell'aria. Sentivi che c'era quest'organizzazione perfetta, perché poi penso che alla base di tutto ci sia una squadra composta da persone di grande professionalità e dotate spirito agonistico quanto le atlete. Sembra banale dirlo è stato come quando suona un'orchestra. Un'orchestrazione meravigliosa e perfetta da parte dei tecnici sulle linee da seguire, da parte degli allenatori in pista e tutto il lavoro fatto in precedenza sulla salute, di mia competenza, si è rivelato efficace. Qui si lavora sempre molto insieme, assisto anche agli allenamenti e loro vengono a chiedermi i trattamenti. 
Poi è scoppiato questo risultato straordinario che ci ha fatto commuovere. Questo è successo per Sofia, per Federica. Ma anche per Nadia se consideriamo che usciva da un infortunio e che quest'estate è stata seguita da me in Azimut nel suo percorso di riabilitazione. È stata grandiosa. 
C'è da dire che poi, anche se si tratta di uno sport individuale, quando arriva il risultato di squadra è una gioia perché comunque si vive in una squadra, ci sono degli equilibri e la mia funzione è quella di far raggiungere a tutte le migliori condizioni di salute.
Quindi quando arrivano questi risultati la soddisfazione è enorme. Le medaglie non ti nascondo che siano state una grande emozione, sono la concretizzazione del buon lavoro fatto. Siamo andati lì per vincere e abbiamo vinto.


- Com'è il rapporto con questa squadra di donne da record?

Sono rapporti stretti che appunto si sviluppano in ambienti piccoli, ma se hai la capacità di leggerli con sensibilità, ascoltare, interagire e rispettare i ruoli entri a far parte di un gruppo unito.
Il rapporto umano è molto diretto e realista come lo sono lo sport e la montagna del resto. 
C'è tutto un gruppo che lavora da anni, abbiamo atlete fortissime e ci sono i giovani che stanno crescendo. Dunque bisogna fare molta prevenzione e attenzione perché si tratta di uno sport in cui l'incidenza degli infortuni è altissima e quindi c'è molto da fare. 
Però è bello perché si è insieme, pur trattandosi di uno sport individuale, e puoi lavorare molto sulla motivazione. Vedo le azzurre dalla colazione alla buonanotte, chiaramente ognuno con ruoli molto chiari.

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Instabilità post-traumatica del gomito: la riabilitazione spiegata dalla Ft Elena Negro

La lussazione del gomito è solo apparentemente rara. In realtà a livello statistico è la seconda più frequente, dopo quella di spalla, e in ambito pediatrico addirittura la più frequente.

La causa è solitamente da ricercarsi nella caduta con il braccio leggermente flesso e la mano che cerca l’appoggio con il palmo. Quasi sempre, è facilmente riconoscibile per la tumefazione e la deformità del gomito, il dolore intenso e l’incapacità di compiere alcun movimento.

Come va affrontata?

Il trattamento immediato nel caso di un’instabilità semplice (dovuta cioè esclusivamente a lesioni legamentose) consiste nella riduzione, da eseguire sempre in ospedale sotto anestesia, previa effettuazione di radiografie che escludano la presenza di fratture ossee. L’ortopedico effettuerà inoltre test clinici per verificare la tenuta legamentosa e decidere il trattamento più consono per quel tipo di trauma su quel tipo di paziente. Se l’apparato legamentoso ha mantenuto una buona funzione ed il gomito dopo la riduzione tende a mantenere la posizione si procede con un trattamento conservativo che parte da un’immobilizzazione con gesso o tutore articolato per 4-6 settimane.
La mobilizzazione passiva ed auto-assistita inizia immediatamente per limitare la formazione di aderenze cicatriziali eccessive. La mobilizzazione, in flesso-estensione e prono supinazione, deve essere condotta inizialmente in un range of motion ridotto ed indolore, per poi aumentare gradualmente verso i limiti articolari prefissati. Rimosso il tutore si possono introdurre i primi esercizi attivi controresistenza e con piccoli sovraccarichi, sempre nell’arco di movimento consolidato mentre passivamente si può cercare gradualmente di raggiungere l’escursione articolare completa.
Una volta raggiunta l’escursione articolare completa, si possono proporre esercizi progressivi di rinforzo muscolare.
La componente dinamica  venire proposta solo dopo la visita ortopedica di controllo (generalmente a tre mesi dal trauma), insieme ad alcuni esercizi sport specifici di ri-atletizzazione.

E nei casi più complicati?

Nel caso invece la tenuta legamentosa sia insufficiente ed il gomito tenda a ri-lussarsi, o quando la lussazione sia irriducibile con frammenti osteocartilaginei o dei tessuti molli che entrano in articolazione, si deve procedere al trattamento chirurgico appropriato.
Nel caso di instabilità complessa (presenza di fratture concomitanti) spesso la chirurgia di osteosintesi o protesizzazione è indispensabile, anche se a volte, in particolar modo nel paziente molto anziano, si può propendere per il trattamento conservativo. 
La riabilitazione diventerà a questo punto estremamente diversificata, a seconda della tipologia di chirurgia effettuata, e concordata attentamente con chirurgo e paziente.

Quali sono le complicanze più comuni?

Le complicanze più frequenti nelle instabilità semplici sono sicuramente le instabilità croniche. Mentre nelle complesse, operate e non, sono le rigidità articolari (causate da retrazioni capsulo-legamentose o ossificazioni eterotopiche), anche se possono accadere lesioni vascolari o nervose, in particolar modo del nervo ulnare.

 

 

 

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Bobath: in cosa consiste e quando viene utilizzato

Il metodo Bobath o meglio definito Concetto Bobath è un approccio, sul modello del problem solving. Si utilizza per la valutazione ed il trattamento di persone con disturbi della funzione, del movimento e del controllo posturale causati da una lesione del sistema nervoso centrale congenita o acquisita. 
Deriva dal lavoro di Berta e Karel Bobath nato negli anni del primo dopoguerra e si è evoluto costantemente fino ai giorni nostri. 
La base razionale per la sua attuale applicazione parte dalle attuali conoscenze relative al controllo e all’apprendimento motorio, alla plasticità nervosa e muscolare avvalendosi altresì delle conoscenze di biomeccanica. Basandosi principalmente sull’osservazione, analisi e interpretazione della prestazione, tutte le conoscenze in possesso sono funzionali a queste attività. Questa definizione mette in luce come il Concetto Bobath sia un processo inerente al ragionamento clinico, piuttosto che una serie di trattamenti o tecniche. Si tratta quindi di un intervento ad ampio raggio e si applica a persone di qualunque età che abbiano subito un danno al sistema nervoso centrale indipendentemente dalla gravità della lesione. 

La valutazione
L'individuo viene valutato nella sua globalità in contesti ambientali differenziati e la valutazione è individualizzata per identificare specifici bisogni bio-psicosociali. 

Obiettivi
Identificare e analizzare i problemi all'interno di attività funzionali e durante la partecipazione in situazioni di vita quotidiana oltre che analizzare le componenti del movimento e i deficit sottostanti, ottimizzando l’efficienza globale. 

Strategie di intervento
La struttura del “setting” terapeutico è finalizzato al raggiungimento dell'obiettivo. Le modalità di intervento sono processi interattivi che richiedono il coinvolgimento dell'individuo-paziente e, quando necessario, di coloro che lo assistono. La modalità del problem solving analitico viene utilizzata per costruire il piano di trattamento in accordo con la persona assistita e la sua famiglia.

I nostri terapisti hanno frequentato i corsi IBITA di vario livello e lo utilizzano da diversi anni, miscelandolo con le altre metodiche riabilitative. 

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In serie A, a bordo campo, vicino al Power Volley e la UYBA Volley c'è il nostro Marco Candiloro

Marco Candiloro, 37 anni spesi tra la sua città natale Torino e Milano dove vive e lavora con AZIMUT riabilitazione dal 2005. Fisioterapista e osteopata appassionato di sport da sempre, divide il suo impegno lavorativo tra il centro milanese di AZIMUT e i palazzetti sportivi da anni, arrivando alla serie A nel 2014 con il Power Volley maschile e dal 2016 con la Uyba Volley Busto Arsizio femminile. 

Marco, da diversi anni lavori con atleti top level. Quali sono le loro aspettative e particolarità? Che emozioni ti porti a casa?


Paradossalmente rieducare un o una atleta dopo un infortunio conclamato, magari dopo un intervento chirurgico, è più semplice e lineare rispetto al problema disfunzionale, vale a dire senza una franca lesione anatomica.

Infatti, nel primo caso l'interessato/a è consapevole della faticosa partecipazione attiva che caratterizzerà il successivo periodo riabilitativo prima del rientro in campo. Per contro, il dolore di nuova comparsa o la recidiva di una problematica cronica minore possono fare supporre che si tratti di una condizione meno grave, meno impegnativa e più passiva. O che comunque sia sufficiente essere trattati mediante l'ausilio di terapie strumentali, attraverso il trattamento osteopatico o il massaggio. Questo approccio potrebbe prolungare i tempi di ripresa e di pieno ritorno alla pratica sportiva comportando un vero danno per il club, un reale cruccio per lo staff medico e una forte frustrazione per l'atleta. È importante dunque fare comprendere quanto sia focale il ruolo attivo del paziente-sportivo nell'iter terapeutico.

Di conseguenza la soddisfazione nel vedere in campo, dopo mesi di recupero, l'atleta infortunato è davvero straripante. Al contempo risolvere celermente una problematica minore, capace di condizionare la performance, di nuova insorgenza si dimostra arduo e stimolante.
La grande soddisfazione è vedere l'atleta di nuovo sul campo, poi trovare il messaggio: "grazie per l'ottimo lavoro" o ricevere la maglietta autografata a fine stagione. Sono sicuramente gesti che dimostrano un certo grado di apprezzamento e riconoscimento.

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