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Parliamo di meralgia parestesica: sintomi, cause e terapia


La meralgia parestesica è un disturbo di tipo neurologico caratterizzato da un’alterazione della percezione sensitiva cutanea nella parte alta e in quella esterna della coscia. I sintomi più comuni sono formicolio, intorpidimento e dolore bruciante.

Qual è la causa principale?

Il fattore scatenante è la compressione del nervo femoro-cutaneo laterale che decorre a livello dell’inguine e ha una funzione esclusivamente sensitiva e non motoria. 
Il disturbo potrebbe insorgere in caso di: 

  • stato di gravidanza 
  • sovrappeso 
  • indumenti troppo stretti
  • cinture di sicurezza se indossate per un tempo prolungato o dopo un forte impatto

Anche il diabete è una possibile causa, dato che può comportare una sofferenza nervosa di origine metabolica. 

Come distinguere la meralgia parestesica dalla sciatica? 

Due indizi la differenziano dalla lombo-sciatalgia: la zona della coscia in cui si manifestano i sintomi e l’eventuale impedimento motorio. 
Mentre la sciatica si manifesta con formicolii, bruciori, sensazioni di spilli profondi nella zona posteriore della coscia e a volte fino al piede, la meralgia parestesica provoca fastidi nella parte superiore e in quella laterale. Inoltre, è possibile che a tali sintomi si associno debolezza e pesantezza nel muovere l’arto inferiore.

È utile seguire un trattamento riabilitativo?

La riabilitazione ha due funzioni principali: alleviare i sintomi ed evitare le recidive. Occorre comunque modificare le attività quotidiane per permettere la corretta guarigione del nervo, secondo le indicazioni fornite dal fisioterapista. 

Ci sono delle terapie consigliate? 

La terapia fisica più indicata è la T.E.N.S. (stimolazione transcutanea del nervo) che può essere utile per alleviare il dolore da compressione.
Si consigliano inoltre:

  • esercizi terapeutici di decompressione con anche flesse per mobilizzare il bacino 
  • manipolazione miofasciale dei muscoli retto femorale ed ileopsoas
  • massaggio trasverso profondo del legamento inguinale
  • esercizi di stretching per la muscolatura dell’anca e del bacino

Se il dolore risulta invalidante, il medico curante potrebbe prescrivere dei farmaci antinfiammatori o corticosteroidi.

Si possono adottare dei comportamenti precauzionali? 

Evitare posizioni statiche - sedute o in piedi - per un lungo periodo, non accavallare le gambe, indossare abiti comodi, riposare gli arti inferiori sostenendoli con un cuscino per circa 20-30 minuti al giorno.
Queste sono alcune contromisure con intento decompressivo che possono rivelarsi efficaci aiutando ad alleviare la sofferenza del nervo.

 

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Esaminiamo un disturbo comune, il mal di schiena in età pediatrica

Il mal di schiena è purtroppo sempre più diffuso anche nei bambini e negli adolescenti: spesso è legato all’uso di zaini molto pesanti, ma ci sono anche altri fattori che possono causarne la comparsa. Con alcuni accorgimenti e intervenendo tempestivamente è possibile evitare che diventi un disturbo cronico. 

Perché il mal di schiena è così frequente nei bambini? 

Numerosi fattori possono far insorgere questo disturbo, tra cui: 

  • sedentarietà 
  • postura scorretta assunta per un tempo prolungato, ad esempio mentre si è seduti al banco di scuola o quando si guarda la televisione
  • sovrappeso e obesità 
  • stanchezza causata da una cattiva qualità del sonno o da ridotte ore di riposo 

Anche la crescita può far comparire dei dolori alla schiena: solitamente si distinguono perché sono di breve durata e intensità e tendono a comparire durante le ore notturne. 

Particolarmente comune nei bambini e negli adolescenti è il mal di schiena da sovraccarico: cosa si intende?

In questi casi, l’insorgere del dolore è legato all’utilizzo di zaini o borse molto pesanti o non indossati correttamente. Un peso eccessivo sposta indietro il baricentro e obbliga lo studente ad assumere una postura non corretta per compensare, con la colonna vertebrale flessa in avanti. 
Anche portare lo zaino su una sola spalla è un comportamento scorretto: solo una parte della schiena è costretta a sopportare tutto il peso, causando dolore sia alla colonna vertebrale sia alla spalla. 

A chi ci si deve rivolgere? 

Una visita specialistica fisiatrica o ortopedica può determinare le cause del mal di schiena: in alcuni casi potrebbero risultare indicati degli esami diagnostici per controllare la struttura delle vertebre e del rachide. 
Successivamente, il fisiatra definisce se l’iter riabilitativo deve essere affrontato con il ricorso alla terapia manuale o con esercizi di ginnastica appropriati. 

Cosa comprende solitamente il progetto riabilitativo, utile per ridurre il dolore?

Può comprendere appunto un insieme di terapie manuali, nei casi più gravi, e di esercizi di tonificazione della muscolatura del tronco.

Alcuni consigli per prevenire il mal di schiena

  1. Scegliere uno zaino regolabile e adattarlo alla morfologia della schiena. Indossarlo con entrambe le spalline - meglio se larghe - e posizionarlo all’altezza corretta
  2. Limitare il tempo di utilizzo di computer e altri dispositivi elettronici che spesso portano ad assumere una posizione scorretta, con la schiena curva in avanti
  3. Scegliere un’attività sportiva adatta alle caratteristiche fisiche del bambino, in relazione alla crescita delle ossa e allo sviluppo muscolare 
  4. Assicurarsi di utilizzare materasso e scarpe di buona qualità 
  5. Impegnarsi ad assumere una postura corretta per la maggior parte del tempo 
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Infortunio muscolare: cos’è, come si classifica e come si cura

L’infortunio muscolare può colpire da poche a molte fibre muscolari, fino all’interruzione totale del muscolo, creando un danno alla struttura della fibra muscolare.
Vediamo le cause, i sintomi e l’importanza della fisioterapia per garantire il ritorno alle attività sportive. 

Chi sono i soggetti più predisposti? 

Gli infortuni muscolari sono particolarmente frequenti negli atleti che praticano sport in cui sono previste sollecitazioni improvvise degli arti, come il calcio, la corsa, la pallavolo e il basket.
Anche le persone sedentarie possono essere colpite da questo infortunio: svolgendo delle attività che solitamente non fanno - ad esempio spostando carichi pesanti senza l’adeguato allenamento - rischiano di provocarsi stiramenti o strappi muscolari.  

Quali sono i fattori predisponenti? 

Il meccanismo traumatico che provoca un infortunio muscolare è generalmente un’improvvisa e veloce contrazione muscolare.
La stanchezza - al termine di un allenamento o di una gara - e lo scarso riscaldamento possono comportare la comparsa di infortuni muscolari durante la pratica sportiva. 
Nei soggetti sedentari invece, gli infortuni possono avvenire in seguito alla richiesta al fisico di un gesto atletico eccessivo, sia come contrazione sia come allungamento. 
In entrambi i soggetti, un fattore che può creare i presupposti per una lesione è la presenza dei trigger points (punti dolorosi) che lungo la fibra può determinare una minore contrattilità o un allungamento non omogeneo. 

Come si classifica la gravità di un infortunio muscolare? 

Generalmente un infortunio muscolare viene misurato in gradi in base alla quantità di fibre coinvolte e all’estensione del danno riscontrato: 

  1. Infortunio muscolare di primo grado
    La classica sindrome del giorno dopo.
    Al paziente si consiglia di rispettare il periodo di riposo per evitare di incorrere in infortuni più seri: i tempi di recupero sono di circa 3/5 giorni, senza necessità di ulteriori terapie. Eventualmente si potrebbero utilizzare il massaggio decontratturante. 
  2. Infortunio muscolare di secondo grado
    In questo stadio si assiste ad una distrazione muscolare di molte fibre. È necessario approfondire il tipo di infortunio per stabilire la reale entità del danno e determinare i tempi di recupero.
  3. Infortunio muscolare di terzo grado
    Si tratta dello stadio più grave in cui si assiste ad una vera e propria interruzione delle fibre muscolari.
    In questa condizione sono necessari trattamenti specifici e un iter riabilitativo dettagliato al fine di limitare i danni funzionali.

Quali sono i sintomi? 

La sintomatologia dolorosa si manifesta in differenti modi a seconda della gravità dell’infortunio muscolare:

  1. Primo grado
    Si avverte dolore nella zona interessata solo durante la contrazione o nel reclutamento delle fibre muscolari interessate.
  2. Secondo grado
    In questo stadio il dolore è elevato durante la contrazione e tende ad aumentare nei giorni successivi all’infortunio. Spesso può comparire un ematoma e un travaso muscolare.
  3. Terzo grado
    Oltre al dolore, si manifesta impotenza funzionale ed ematomi. Nei muscoli lunghi come il quadricipite o il bicipite brachiale, si possono verificare anche avvallamenti nella sede dello strappo. 

Come viene diagnosticato? 

Quando si sospetta un danno a livello muscolare, è fondamentale indagare la natura del danno, l’estensione, la sede precisa e la quantità delle fibre coinvolte. 
L’esame più utilizzato è certamente l’ecografia: un esame veloce, economico e preciso, utile per ottenere immediatamente un quadro completo dello stato muscolare. Nel caso in cui non fosse sufficiente, si può fare affidamento alla risonanza magnetica, utile per studiare più a fondo il muscolo e avere delle immagini più oggettive. 
Lo scopo di entrambi gli esami è di fotografare la situazione e dare una stadiazione al danno. 

Come si cura?

La cura di una lesione muscolare dipende dalla sede della lesione - ossia il muscolo interessato e la zona del ventre muscolare - e dall’entità del danno (stadiazione). 
Immediatamente dopo la comparsa dei primi fastidi è fondamentale interrompere l’attività sportiva e applicare del ghiaccio sulla zona interessata. Se l’infortunio coinvolge l’arto inferiore, si mette l’arto in scarico per le prime 24-36 ore, per limitare al massimo il danno ematico. 
Il secondo passaggio prevede il bendaggio compressivo e l’elevazione. Successivamente, si procede con un controllo ecografico per valutare l’entità della lesione e determinarne lo stadio. 

Per quanto tempo si deve stare a riposo? 

In caso di una lesione di primo grado, è sufficiente un’interruzione delle attività per circa 2 settimane
Quando la lesione è di secondo grado, lo stop da ogni attività è di almeno 4 settimane e necessita di essere rivalutato con un ulteriore esami ecografici prima di permettere il ritorno alla pratica. 
Se la lesione è terzo grado invece, i tempi sono di almeno 3-6 mesi; in alcuni casi si potrebbe anche valutare l’intervento chirurgico. 

Esistono delle cure naturali? 

Tendenzialmente è sempre necessario un trattamento di natura medico-fisioterapica. Tuttavia, alcune cure naturali potrebbero aiutare la guarigione esclusivamente in caso di lesioni di muscoli superficiali: solitamente si consigliano unguenti a base naturale come la crema all’arnica e il gel di aloe vera. L’applicazione può variare dalle 2 alle 3 volte al giorno, coprendo l’unguento con della pellicola trasparente da cucina per facilitarne l’assorbimento. 

Quali sono e a cosa servono le terapie fisiche?

La fisioterapia ha lo scopo di velocizzare il processo riparativo, limitare il dolore e ridurre l’infiammazione. Le terapie solitamente più utilizzate sono:

  • tecarterapia
  • ipertermia
  • onde d’urto
  • kinesio-taping

Grazie all’utilizzo delle terapie fisiche, il dolore diminuisce notevolmente già dopo poche sedute. 

Si può intervenire in altri modi sugli infortuni muscolari?

Altrettanto utile è il massaggio decontratturante al fine di ottenere un effetto trofico sul muscolo. In questo modo si favorisce l’ossigenazione e la diminuzione della contrattura muscolare legata al dolore; inoltre, si migliore l’elasticità della cicatrice. Mediante la terapia manuale, il fisioterapista ha il compito di rendere la cicatrice morbida ed elastica - non fibrotica - dal momento che la fase della cicatrizzazione influisce positivamente o negativamente sulla prognosi di lesione. 

Che cos’altro comprende il percorso riabilitativo? 

Oltre alle terapie fisiche e manuali, il paziente deve seguire un programma di rinforzo muscolare progressivo utile per riportare il muscolo nella migliore condizione possibile e per riprendere l’attività sportiva. 
Solitamente il programma riabilitativo comprende: 

  • tecniche isometriche e concentriche 
  • tecniche eccentriche 
  • stretching muscolare 
  • lavoro pilometrico 
  • recupero del gesto sportivo 

Cosa succede se non si rispetta la diagnosi e si continua a praticare attività sportiva?

Non rispettare il proprio corpo potrebbe allungare notevolmente i tempo di guarigione e potrebbe esporre al rischio di una fibrosi muscolare.

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L'importanza della fisioterapia a seguito della frattura del malleolo

La frattura del malleolo è un infortunio piuttosto comune della caviglia, caratterizzato dalla rottura di uno o più malleoli. Si manifesta sotto forma di dolore acuto alla caviglia, gonfiore localizzato, ematomi, ridotta mobilità della caviglia e impossibilità o difficoltà a camminare. 
Vediamo le cause, le terapie conservative e il ruolo della fisioterapia per una corretta guarigione. 

Quali sono le cause più frequenti? 

Nella maggior parte dei casi, gli episodi di frattura sono la conseguenza di un trauma ad alta velocità dovuto ad una caduta accidentale durante la vita di relazione, il cammino o la pratica sportiva. 

Qual è il trattamento in caso di frattura non grave? 

In genere, se la frattura non è scomposta, è sufficiente stare a riposo e immobilizzare la caviglia - tramite gessatura o tutore - per almeno 5-8 settimane. Ai pazienti inoltre, si consiglia l’utilizzo di stampelle per evitare l’appoggio a terra. 

Quando si deve ricorrere alla chirurgia?

L’intervento chirurgico è necessario in caso di infortunio grave, ossia quando i frammenti ossei sono distanti oppure ostacolati nell’avvicinamento. In quei casi, la chirurgia di osteosintesi riposiziona i frammenti ossei nella posizione anatomica corretta, fissandoli con viti e piastre. A seguito dell’intervisto sono previsti l’immobilizzazione della caviglia e l’uso delle stampelle. 
Le tempistiche di ripresa variano in base alla tipologia di intervento e alle condizioni del paziente: solitamente sono necessarie diverse settimane per un recupero completo (12/20 settimane). 

Perché la fisioterapia è un passaggio fondamentale?

Dopo il periodo di riposo e l’immobilizzazione forzata, il piede e la caviglia potrebbero risultare gonfi, rigidi, deboli e doloranti. In queste circostante seguire un ciclo di sedute fisioterapiche serve per: 

  • rinforzare la muscolatura dell’arto inferiore 
  • ristabilire la corretta mobilità articolare della caviglia 
  • riprendere la deambulazione corretta e la massima funzionalità 

Cosa prevede la terapia fisioterapica? 

A volte può essere necessario ricorrere a terapie fisiche antalgiche, ma fondamentalmente la terapia prevede un percorso riabilitativo completo di: 

  • trattamento manuale di mobilizzazione e massaggio 
  • esercizio terapeutico attivo, a secco ed in acqua 
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Text neck, la nuova sindrome da smartphone

L’eccessivo utilizzo dello smartphone e di altri apparecchi elettronici può comportare anche problemi a livello fisico e muscolare. Quando si parla di text neck o sindrome da smartphone, si intende una nuova patologia che colpisce sempre più persone in tutto il mondo, soprattutto adolescenti. 
Spieghiamo di cosa si tratta, quali sono i sintomi più comuni e come si può intervenire per ridurre il dolore. 
 

Che cos’è il text neck

Text neck è un termine usato per descrivere i disturbi alla zona cervicale, di intensità variabile, causati dall’utilizzo prolungato di smartphone e tablet. 
Spesso infatti, si utilizzano gli apparecchi elettronici mantenendo una posizione impropria, con la testa flessa in avanti e la schiena curva. Mantenere questa posizione grava sul tratto cervicale e crea un carico passivo che può variare dai 12 ai 17 kg.
 

Quali sono i sintomi della sindrome da smartphone?

La sintomatologia dolorosa può manifestarsi sotto forma di:

  • mal di testa 
  • contratture muscolari, soprattutto a livello dei muscoli cervicali 
  • tensione costante e progressiva delle muscolatura posteriore del tratto dorsale 
  • degenerazione delle articolazioni causata da un’inversione anomale della curva fisiologica del tratto cervicale 
  • formicolio ed intorpidimento degli arti superiori 

Più raramente, possono manifestarsi protusioni, ernie e vertigini. 
 

La fisioterapia può ridurre il dolore? 

Sì, con l’utilizzo di terapie fisiche - ad esempio tecarterapia, laserterapia, ultrasuoni, magnetoterapia - si interviene sull’infiammazione, riducendo il dolore anche nelle fasi più acute. 
Altrettanto utili sono i trattamenti manuali: mobilizzazioni passive per migliorare il range di movimento e massaggi di lieve intensità per diminuire le tensioni muscolari. 
 

Come prevenire e alleviare il dolore?

Spesso può essere necessario rieducare il paziente ad assumere posizioni corrette durante la vita quotidiana: in questo caso si può ricorrere alla rieducazione posturale, svolta sia individualmente sia in piccoli gruppi. 
La ginnastica posturale può essere utile anche per ridurre la sintomatologia dolorosa, seguendo un programma specifico definito sulle esigenze cliniche di ciascun paziente.
 

Gli esercizi per il text neck, un altro aiuto per il paziente 

Al mattino appena svegli, durante la pausa pranzo o prima di andare a dormire, si consiglia di svolgere dei semplici esercizi di mobilizzazione e scarico della colona vertebrale.

  1. Allungamento del collo
    In posizione seduta e con la schiena ben appoggiata ad uno schienale, retroposizionare il mento e mantenere la posizione per 10 secondi.
    Ripetere l’esercizio 3 volte.
  2. Estensione del collo
    In posizione seduta e con la schiena ben appoggiata ad uno schienale, flettere la testa lateralmente e poi riportarla al centro.
    Ripetere l’esercizio 10 volte.
  3. Rotazione del collo
    In posizione seduta e con la schiena dritta, roteare dolcemente il collo a destra e a sinistra, avvicinando il più possibile le orecchie alle spalle.
    Ripetere l’esercizio 5 volte. 
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I benefici della camminata veloce

La camminata veloce è un’attività aerobica che può essere svolta indoor - su tapis roulant - oppure all’aperto, esattamente come il running. Approfondiamo i benefici di quest’attività estremamente diffusa in tutto il mondo.

Andiamo a fare una passeggiata?

Sempre più spesso si confonde la camminata veloce con la classica passeggiata, solitamente effettuata in maniera ricreativa una volta ogni tanto. Invece, anche questa attività aerobica - come tutti gli altri tipi di allenamento corporeo - ha bisogno di essere programmata ed effettuata regolarmente seguendo un obiettivo funzionale e terapeutico. 
Nulla vieta però, di approcciarsi partendo proprio dalle passeggiate, più leggere e utili per favorire gli adattamenti muscolari e cardio-vascolari. Questo tipo di approccio è consigliato soprattutto nei soggetti in sovrappeso, negli anziani e nelle persone che soffrono di malattie cardiovascolari. 

Quali sono i benefici della camminata veloce? 

In assenza di controindicazioni patologiche, qualsiasi tipo di esercizio fisico regolare aiuta a migliorare il benessere complessivo dell’organismo. Nello specifico, la camminata veloce aiuta ad ottimizzare la funzionalità cardio-vascolare, polmonare e muscolo-articolare degli arti inferiori. 
Se l’allenamento viene eseguito correttamente - almeno 30 minuti al giorno per 5 giorni a settimana - i benefici riscontrati sono numerosi:

  • Riduzione dell’ipertensione arteriosa 
  • Riduzione del rischio di osteoporosi 
  • Ottimizzazione della capacità di apprendimento, di concentrazione e dell’efficienza mentale, soprattutto nei soggetti anziani 
  • Prevenzione della degenerazione cerebrale in terza età: demenza senile e malattia di Alzheimer 
  • Riduzione dello stress 
  • Riduzione dei fattori di rischio che potrebbero comportare la comparsa di infarto miocardico e ictus

La camminata veloce fa dimagrire? 

Con questa attività i benefici metabolici sono i primi ad essere notati: risulta più facile controllare il peso o ottimizzare la terapia volta alla riduzione dell’obesità. Allo stesso tempo, aiuta ad aumentare la tolleranza metabolica dei carboidrati, a ridurre la trigliceridemia e a bilanciare la colesterolomia (con l’aumento percentuale del colesterolo buono e la riduzione di quello cattivo). 

Camminata veloce o corsa? 

La camminata veloce viene ampiamente apprezzata perché l’impatto del peso corporeo è minore sulle articolazioni rispetto ad altre attività. Inoltre, l’intensità è gestibile più facilmente, motivo per cui spesso viene preferita dalle persone anziane, da chi soffre di obesità e da chi tende a condurre una vita sedentaria. 
D’altro canto, la corsa è un’attività decisamente più intensa che comporta un dispendio calorico ed energetico superiore.

Qualche consiglio per svolgere l’attività in sicurezza 

  1. Prima di iniziare con un approccio sportivo, eseguire una visita medica generale 
  2. Scegliere il giusto abbigliamento tecnico: scarpe da camminata veloce (non sono le stesse della corsa), cappellino per ripararsi dal sole, eventuali dotazioni luminose o catarifrangenti in caso di uscite serali e notturne 
  3. Mantenersi sempre idratati: è consigliabile portarsi dietro dell’acqua arricchita con potassio e magnesio. 
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La biomeccanica della pedalata e le patologie a carico dell’arto inferiore

In Italia, il 3,6% della popolazione utilizza la bicicletta come mezzo di trasporto e più di 111.424 persone - secondo i dati della Federazione Ciclistica Italiana aggiornati al 2018 - praticano il ciclismo a livello agonistico o amatoriale.
Anche in ambito riabilitativo, gli attrezzi a pedale - cicloergometri, cyclette, cyclette orizzontali - sono ampiamente utilizzati nei programmi di recupero a seguito di infortuni a carico dell’arto inferiore. Sono inoltre utilizzati con altre finalità, dal ricondizionamento aerobico al recupero della mobilità e della forza muscolare.
In cosa consiste la pedalata e quali sono le patologie che possono colpire i ciclisti? Approfondiamo l’argomento con Stefania Intonti, Fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

In cosa consiste la pedalata?

Nel ciclismo, il gesto atletico è essenzialmente racchiuso nella pedalata. La potenza generata dall’arto inferiore viene trasferita all’attrezzo (ad esempio la bicicletta) permettendo all’atleta di avanzare oppure al paziente in riabilitazione di vincere la resistenza imposta. La sua efficienza sembra essere correlata sia al posizionamento sul mezzo che ad una serie di parametri umani come l’affaticamento, la cadenza, l’intensità.
Attraverso un’analisi approfondita delle caratteristiche biomeccaniche, si è riusciti a comprendere la dinamica della pedalata che si esprime essenzialmente su due piani: 

  • Sagittale, in cui avviene il movimento di rivoluzione della pedivella
  • Frontale, che studia l’escursione compiuta dal centro del ginocchio. 

Quali sono le fasi della pedalata?

Per comprendere meglio come funziona la pedalata, si può immaginare di suddividere il movimento in 4 fasi:

  1. Spinta o estensione dell’arto inferiore (dai 20 ai 145 gradi).
    In questa fase si sviluppa il 65% della potenza, generata prevalentemente per azione dei muscoli glutei e del quadricipite. La caviglia è in posizione neutra, il pedale orizzontale.
  2. Prima fase di transizione (dai 145 ai 215 gradi).
    Sviluppo del 12% della potenza: il lavoro di estensione si trasforma in trazione. L’anca, il ginocchio e la caviglia raggiungono l’estensione massima.
  3. Trazione (dai 215 ai 325 gradi).
    Sviluppo del 17% della potenza, generata dalla flessione dell’anca e del ginocchio. La caviglia resta in flessione plantare e i muscoli più attivi sono i flessori di ginocchio.
  4. Seconda fase di transizione (dai 325 ai 20 gradi).
    Sviluppo del 6% della pedalata: il gesto è generato dai muscoli sartorio, ileo psoas, tensore della fascia lata e grande adduttore. L’anca e il ginocchio raggiungono la massima estensione, mentre il pedale torna ad essere parallelo al suolo.
    Quest’ultima fase corrisponde alla conclusione della rivoluzione della pedivella, da cui può ripartire nuovamente tutto il ciclo.

Cosa si deve fare per migliorare la prestazione e non incorrere in problemi da pedalata?

Studi ed esperienza insegnano che, al di là del saper utilizzare il mezzo, per ridurre il rischio di lesioni croniche e ottimizzare la performance è importante procedere alla scelta e all’adattamento della bicicletta secondo due ordini di fattori: 

  • scegliere la bicicletta con le caratteristiche adatte all’uso e alle dimensioni del ciclista (conformazione) 
  • effettuare le corrette regolazioni delle componenti pedale (tacchette), sella e manubrio (altezza e avanzamento). 

Altrettanto importanti sono i movimenti, gli adattamenti e le caratteristiche antropometriche di ciascun soggetto. 

Lesioni dirette e indirette: che differenza c’è? 

Una parte importante della popolazione ciclistica è esposta a infortuni da utilizzo della bicicletta. Le lesioni dirette - acute o traumatiche - sono per lo più imprevedibili perché dovute da cadute accidentali.
Le lesioni indirette croniche invece, sono le più frequenti e solitamente si manifestano a causa di: 

  • scorretto posizionamento sul mezzo 
  • utilizzo eccessivo
  • errori di allenamento 

Il ginocchio è l’articolazione che più facilmente è soggetta a sofferenza: quali sono le principali patologie a suo carico?

Durante la pedalata il ginocchio compie delle oscillazioni laterali, quindi bloccare la zona - come avveniva in passato - può comportare l’insorgere di problemi rotulei.
Un ginocchio estremamente valgo può causare tendinopatie della zampa d’oca e tendinopatie della bandelletta ileotibiale. Il dolore posteriore all’inserzione della testa del perone invece, può essere dovuto alla rigidità dei muscoli posteriori della coscia. Può anche manifestarsi un dolore femoro-rotuleo, influenzato dalla validità degli stabilizzatori d’anca e da un’alterazione di tono dei fasci mediali/laterali del quadricipite.

Quali sono le altre aree soggette a sofferenza?

Generalmente nel ciclismo l’anca è poco soggetta a sovraccarico, ma la presenza di un conflitto femoro-acetabolare può portare ad un aumento del dolore in zona.
Le problematiche della caviglia e del piede possono essere limitate con una buona mobilità e un’adeguata lunghezza del tendine d’Achille.

È possibile imparare a pedalare bene?

La pedalata perfetta non esiste, però un’impostazione corretta e un mezzo adatto alle proprie esigenze possono favorirla. È altrettanto importante allenarsi al meglio alternando alla tonificazione muscolare il lavoro per migliorare l'elasticità.
Con la pratica inoltre, si andranno a migliorare altri valori basilari come la cadenza, il carico e la fatica.

Cosa bisogna tenere in considerazione in ottica riabilitativa?

Innanzitutto è fondamentale un corretto posizionamento del paziente effettuando delle regolazioni “terapeutiche” con accorgimenti protettivi della posizione. In base al quadro clinico, agli obiettivi e alle caratteristiche morfologiche del paziente, si adegua il mezzo al soggetto, consentendo di creare programmi idonei a breve, medio e lungo termine.

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