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Shin splint, quando correre fa male

Lo shin splint - anche conosciuto come sindrome da stress tibiale mediale - è una patologia legata all’esercizio fisico ed è una causa comune di dolore nei runner e negli atleti saltatori
Le numerose sollecitazioni, che si manifestano durante il ripetitivo gesto-specifico della corsa o del salto, possono causare un eccessivo sovraccarico del comparto anteriore e posteriore profondo della gamba. 
Scopriamo di più su questa sindrome con il nostro fisioterapista Moreno Brustia. 

Quali sono i muscoli maggiormente interessati? 

Solitamente sono: 

  • tibiale anteriore e tibiale posteriore
  • estensore lungo delle dita ed estensore lungo dell’alluce
  • flessore lungo delle dita e flessore lungo dell’alluce 

Come si manifesta? 

Il dolore è localizzato lungo il bordo postero-mediale nei 2/3 inferiori della tibia e può essere accompagnato da: 

  • edema localizzato 
  • sensazione di rigidità alla palpazione lungo il tratto interessato. 

La condizione, a volte, si può manifestare bilateralmente

Un’accurata anamnesi e un corretto esame fisico sono fondamentali per escludere problematiche che presentano sintomatologie similari. 

Cosa comprende il trattamento riabilitativo?

Dopo aver individuato correttamente lo shin splint, si procede con un trattamento prettamente conservativo
Nelle prime 2-6 settimane è consigliato: 

  • riposo dall’attività sportiva 
  • utilizzo di terapie fisiche tra cui ultrasuoni e trattamenti manuali 
  • terapie farmacologiche se indicate dal medico

Nella fase successiva si devono riorganizzare le abitudini di allenamento e valutare una possibile scorretta biomeccanica della corsa o del salto. 
Spesso si consiglia una proposta di allenamento a basso impatto e sovraccarico, come la corsa e gli esercizi svolti in vasche riabilitative. In questa fase è altrettanto importante introdurre esercizi di rinforzo e stretching dei gruppi muscolari anteriori e posteriori della gambe. 
Per migliorare la meccanica della corsa e per prevenire gli infortuni da overuse è utile, durante il programma riabilitativo, introdurre esercizi per migliorare la propriocezione e il controllo neuromuscolare oltre ad un attento lavoro di stabilizzazione del tronco.
Gradualmente sarà possibile il rientro ponderato all’attività sportiva precedentemente svolta. 

Quando è consigliato il trattamento chirurgico? 

Solitamente è indicato solo quando la problematica è ricorrente e quando il trattamento conservativo fallisce a distanza di un anno dall’inizio della terapia. 

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La sindrome post Covid-19, quello che c’è da sapere

Il Covid-19 è una malattia infettiva respiratoria causata dal virus SARS-CoV-2, appartenente alla famiglia dei coronavirus. Si tratta di una polmonite interstiziale caratterizzata da un forte processo infiammatorio nello spazio tra gli alveoli in cui avviene lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica.
Insieme al Dott. De Ruvo e al fisioterapista Magosso facciamo chiarezza sui sintomi che caratterizzano la sindrome post Covid-19. 

Cosa succede quando si contrae la malattia?

Nei casi sintomatici più gravi, si verifica un’alterazione delle condizioni fisiologiche definita insufficienza respiratoria. Da qui in poi, può avere origine una cascata di eventi che compromettono la funzionalità di diversi organi (cuore, reni, fegato e cervello). 

Quali sono i sintomi del Covid-19 che interessano l’apparato muscolo-scheletrico?

L’interessamento del sistema cardiovascolare e respiratorio non può che inficiare l’apparato muscolo-scheletrico determinando un quadro di stanchezza estrema con affanno e dolore alle articolazioni, sia durante il corso della malattia sia nel lungo periodo. Nei casi più gravi porta a sarcopenia, ossia ad una grossa perdita di massa muscolare, per lo più dovuta all’allettamento prolungato.

Quindi, cos’è la sindrome post Covid-19? 

Sono numerosi i casi di persone che, anche a distanza di tempo dalla risoluzione della malattia, riferiscono la persistenza di almeno un sintomo, soprattutto stanchezza intensa e affanno. Per questo motivo, vista la forte casistica, si è iniziato a parlare di Sindrome post Covid-19.

Ci sono dei rischi se non si interviene in tempo? 

Chi presenta questi sintomi, se non corre ai ripari in tempi brevi, rischia di entrare in un circolo vizioso in cui l’affanno e il dolore toracico portano a muoversi meno. Il poco movimento determina un’ulteriore debilitazione che, a sua volta, può portare debolezza muscolare ingravescente, ossia debolezza che comprende i muscoli della respirazione. Di conseguenza, il paziente fa sempre più fatica anche a svolgere le semplici attività di vita quotidiana. 

Meno respiro > meno moto > meno muscoli > più fatica > meno respiro

Come se non bastasse, a tutto questo si associa un disturbo da stress post-traumatico che si manifesta con: 

  • sensazione di mancanza d’aria 
  • incapacità a svolgere semplici attività
  • isolamento sociale

Ci sono delle attività che possono essere d’aiuto?

Riteniamo particolarmente utili nella fase di riabilitazione: 

  • esercizi di respirazione in-out con naso e bocca, possibilmente in posizioni differenti. Eventualmente, si possono utilizzare ausili come pep-bottle o coach2
  • esercizi di mobilizzazione generale e tonificazione muscolare: possono essere eseguiti a corpo libero, con dei pesi leggeri o con degli elastici, facendo attenzione ad abbinare ciascun esercizio alla respirazione 
  • allenamento aerobico - ad esempio cyclette, tapis roulant o camminata all’aperto - 3 volte a settimana per almeno 30 minuti 

Altri consigli per affrontare la sindrome post Covid-19

È altrettanto importante mantenersi idratati - bevendo 1,5/2 lt di acqua al giorno - e seguire un’alimentazione equilibrata. È consigliabile aumentare l’apporto proteico giornaliero e mantenere una porzione di carboidrati integrali ad ogni pasto al fine di aiutare il recupero di massa muscolare e forze. Non devono mancare frutta e verdura - per sostenere la funzionalità intestinale e per equilibrare la flora batterica - e l’Omega 3-6 per un’azione anti-infiammatoria. Inoltre, si consiglia di ridurre gli zuccheri che aumenterebbero lo stato infiammatorio. 

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La paralisi di Bell e l'importanza del trattamento riabilitativo

La paralisi di Bell è la causa più comune di paralisi facciale unilaterale acuta, con un’incidenza media di 15-30 casi su 100. Prende il nome da Sir. Charles Bell, neurologo scozzese che per primo l’ha descritta. 
Stefania Intonti, fisioterapista Azimut nella sede di Biella, ci aiuta a capire meglio di cosa si tratta. 

A cosa è dovuta? 

La paralisi di Bell è causata da una disfunzione del nervo facciale - il VII nervo cranico - che percorre un lungo tragitto all’interno della scatola cranica, per poi emergere anteriormente all’orecchio. Questo nervo è responsabile dell’innervazione di tutti i muscoli del volto deputati alla mimica facciale. 
Pur non avendo una causa specifica, studi recenti rivelano che questa infiammazione potrebbe essere causata da infezioni virali come Herpes Simplex, Herpes Zoster e Virus di Epstein Barr. In questa ipotesi, quando il virus infetta il corpo può attaccare un punto del nervo facciale e, di conseguenza, causare la paralisi.

Cosa succede quando il nervo si paralizza? 

Innanzitutto si determina una marcata debolezza dei muscoli facciali di un lato del volto, oltre a: 

  • asimmetria del sorriso causata dalla caduta dell’angolo della bocca 
  • impossibilità di chiusura palpebrale 
  • scomparsa delle rughe frontali 
  • diminuzione della stimolazione delle ghiandole lacrimali e salivari

È facilmente intuibile che il sintomo che provoca maggiore disagio è l’alterazione dell’espressività di metà viso e il danno estetico che ne deriva. 

Come avviene l’esordio? 

I sintomi si manifestano improvvisamente - si raggiunge il picco massimo in appena 72 ore - e solitamente sono asintomatici. Alcune persone però, riferiscono dolore diffuso e otalgia nei giorni precedenti. 

Qual è la prassi per la diagnosi? 

Prima di confermare una disfunzione del VII nervo cranico, si ricorre ad alcuni strumenti diagnostici - risonanza magnetica, tac, elettromiografia - per verificare la presenza di un’eventuale lesione nervosa. 
Dopo aver fatto tutti gli accertamenti ed escluso altre cause, è fondamentale essere tempestivi e iniziare subito la cura. 

È prevista l’assunzione di farmaci? 

I farmaci comunemente usati sono i corticosteroidi - per ridurre l’infiammazione e il gonfiore - e gli antivirali; il dolore invece, può essere trattato con analgesici. 

Che ruolo ha il trattamento fisioterapico e cosa comprende?

La fisioterapia - soprattutto se iniziata nelle prime 72 ore dall’esordio dei sintomi - è fondamentale per stimolare il nervo facciale e aiutarlo a mantenere un buon tono della muscolatura. 
I trattamenti prevedono: 

  • massaggi decontratturanti
  • tecniche di facilitazione neuromuscolare
  • mobilizzazioni passive 
  • taping neuromuscolari al fine di stimolare continuamente i gruppi muscolari colpiti

Ai pazienti inoltre, si consiglia di applicare dei panni caldi e umidi sulla parte del viso paralizzata per un effetto miorilassante. In aggiunta, è possibile applicare degli appositi dispositivi elettronici - ad esempio Neuromuscolar retraining o Biofeedack - per favorire il recupero della muscolatura facciale. 

La paralisi è permanente? 

Solitamente se il recupero inizia entro le due settimane dall’esordio, la paralisi è temporanea e guarisce in 3-6 mesi
In rari casi, quando si verifica una severa compressione del nervo, la paralisi può durare a lungo e non scomparire completamente. 

Potrebbero esserci delle complicazioni? 

Possibili complicazioni potrebbero essere:

  • danni irreversibili al VII nervo cranico
  • contrazioni involontarie o spasmi dei muscoli del viso 
  • ulcera corneale dovuta ad un’eccessiva secchezza dell’occhio
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La lussazione della rotula spiegata da Moreno Brustia

La lussazione traumatica della rotula può essere causata da un trauma improvviso oppure da motivi morfologici congeniti.
Moreno Brustia, fisioterapista Azimut nella sede di Biella, risponde ad alcune domande per approfondire l’argomento. 

Chi sono i soggetti più predisposti? 

Questo tipo di infortunio sembra essere più frequente nei soggetti di sesso femminile con età compresa tra i 15 e i 30 anni e solitamente si tratta di persone che praticano attività sportiva ad alti livelli.

A cosa è dovuta? 

Nella maggior parte dei casi, la lussazione della rotula avviene in seguito a movimenti di torsione della gamba in cui si verifica una rotazione interna del femore rispetto alla tibia e al piede, che risultano fissi al suolo. La rotula, durante questa combinazione di movimenti, trasla lateralmente uscendo dal solco trocleare dei condili femorali, spesso strappando l’apparato capsulo-legamentoso interno.

Ci sono dei fattori predisponenti? 

Sì, i più comuni sono: 

  • lassità legamentosa 
  • ridotta contenzione del condilo femorale laterale del femore
  • disfunzioni biomeccaniche come piede piatto e femore intra-ruotato
  • ginocchia valghe
  • ipermobilità patellare 
  • recurvato di ginocchio

Quali sono i sintomi? 

I primi sintomi che si manifestano dopo una lussazione rotulea sono: edema, ematoma, dolore, instabilità del ginocchio e blocco dello stesso in seguito al trauma.

Come si consiglia di intervenire? 

Dopo una riduzione spontanea o manuale della rotula, è fondamentale procedere con un corretto programma riabilitativo. Questo va avviato dopo una corretta valutazione medica sia delle possibili problematiche associate che delle corrette tempistiche di guarigione: solitamente si inizia con un periodo di immobilizzazione.

Cosa comprende il trattamento riabilitativo? 

Deve prevedere trattamenti manuali, stretching, esercizi terapeutici attivi. Il terapista si occuperà del recupero dell’articolarità, del controllo neuro-muscolare e del recupero funzionale del ginocchio infortunato. 

È importante migliorare la stabilità del ginocchio e della rotula?

Assolutamente si, per prevenire e ridurre il rischio di una possibile lussazione recidiva, condizione che sembra insorgere nel 15%-44% delle persone sottoposte a trattamento conservativo dopo lussazione primaria.

Ci sono dei casi in cui si ricorre alla chirurgia?

Nel caso di insuccesso del trattamento riabilitativo e di un nuovo episodio di lussazione, potrebbe essere consigliato dal medico specialista un intervento chirurgico di stabilizzazione.

 

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Il progetto riabilitativo nei casi di spondilosi

La spondilosi è una patologia degenerativa molto diffusa in età avanzata, specialmente a partire dai 50-60 anni, e si delinea come un processo di artrosi generalizzata a livello della colonna vertebrale.
Non esiste una guarigione definitiva ma, con un progetto riabilitativo studiato appositamente sul quadro clinico e sulla condizione fisica del paziente, è possibile tenerla sotto controllo. 

Quali sono i sintomi più comuni? 

Il dolore diffuso alla colonna vertebrale contraddistingue questa patologia. Altri sintomi, tipici dei casi conclamati di spondilosi, sono: 

  • rigidità della colonna e difficoltà a muovere il tronco
  • mal di testa e vertigini
  • vomito 
  • parestesie (formicolio) alle mani e ai piedi 
  • dolore che aumenta durante gli sforzi o altre attività fisiche 

Come viene suddiviso il progetto riabilitativo? 

Per la spondilosi sono necessari due tipi di trattamenti

  1. Sintomatico
    Mirato a ridurre la gravità dei sintomi e migliorare la qualità della vita 
  2. Preventivo
    Basato sull’educazione posturale e sulla riduzione del sovraccarico a livello della colonna vertebrale 

Cosa comprende il trattamento sintomatico? 

Solitamente per questo trattamento si utilizzano farmaci antinfiammatori non steroidei - chiamati FANS - molti dei quali sono comunemente utilizzati (ad esempio l’ibuprofene, il paracetamolo, il naprossene ecc).
Il migliore dei farmaci è l’esercizio terapeutico: stimola la produzione di sostanze che regolano il dolore, lo stress e il sonno. Inoltre, garantisce risultati stabili nel tempo, a differenza dei farmaci tradizionali che, solitamente, danno un beneficio temporaneo. 

E quello preventivo? 

In questo caso si tratta di un trattamento non farmacologico che prevede: 

  • TENS (stimolazione elettrica nervosa transcutanea) per migliorare la sintomatologia algica 
  • diatermia o laser per favorire il microcircolo
  • esercizio terapeutico appropriato
  • massoterapia

Lo sport può essere un alleato da sommarsi alla riabilitazione? 

Assolutamente sì; l’attività deve però essere moderata e regolare, oltre che completamente asintomatica. 

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I protocolli per il trattamento delle lesioni muscolari: da P.R.I.C.E. a P.E.A.C.E. & L.O.V.E.

In caso di infortuni che riguardano muscoli, tendini e articolazioni, adottare il trattamento riabilitativo più corretto può fare la differenza per la salute del paziente.
Dagli anni Novanta ad oggi sono stati adottati vari acronimi inglesi per capire come trattare le lesioni muscolari: P.R.I.C.E., P.O.L.I.C.E. e P.E.A.C.E. & L.O.V.E.
Capiamo meglio cosa prevedono con Bristot Federico, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Qual era l’approccio adottato negli anni Novanta? 

In quegli anni si faceva affidamento all’acronimo P.R.I.C.E.: protect, rest, ice, compression, elevation. In altre parole, le lesioni muscolari venivano trattate secondo un protocollo che prevedeva:

  • (P) protezione del muscolo infortunato - nelle prime 24-48 ore - e scarico dell’arto nelle prime ore successive all’infortunio 
  • (R) riposo
  • (I) applicazione della crioterapia (ghiaccio)
  • (C) bendaggio compressivo
  • (E) elevazione dell’arto interessato

Qual è stato il passo successivo? 

Nel 2012 è stato introdotto il protocollo P.O.L.I.C.E.: protection, optimal loading, ice, compression, elevation. 
Sostanzialmente rimaneva tutto invariato rispetto al precedente trattamento, ad eccezione del secondo step - riposo - che è stato sostituito con l’optimal loading (carico ottimale). Prevedeva la stimolazione del processo di guarigione dei tessuti danneggiati con la giusta quantità di carico e di attività. 

Come si è arrivati al protocollo P.E.A.C.E. & L.O.V.E.?

Nel corso degli anni il trattamento delle lesioni dei tessuti ha attirato l’attenzione della ricerca scientifica. A gennaio 2020 si è iniziato a parlare di P.E.A.C.E. & L.O.V.E. a seguito della pubblicazione sul British Journal of Sports Medicine, una delle riviste più autorevoli del settore.

In che cosa consiste? 

P.E.A.C.E. (protection, elevation, avoid anti-inflammatories, compression, education) indica il trattamento da seguire nei primi 3-5 giorni a seguito dell’infortunio e comprende: 

  • (P) protezione
  • (E) elevazione per favorire il riassorbimento dell’edema 
  • (A) evitare farmaci anti-infiammatori per non ostacolare il processo fisiologico di riparazione
  • (C) compressione 
  • (E) educazione del paziente 

La fase L.O.V.E inizia dopo 5 giorni e prevede: 

  • (L) carico dei tessuti - appena i sintomi lo permettono - con esercizi e movimenti utili per migliorare la tolleranza e la capacità di assorbire lo stress meccanico 
  • (O) ottimismo: un atteggiamento positivo aiuta ad affrontare la riabilitazione 
  • (V) vascolarizzazione per promuovere il flusso sanguigno  
  • (E) esercizio, definito in base al meccanismo di infortunio. 

In sintesi, quali sono le principali differenze?

In questo nuovo protocollo, il riposo viene sostituito dal carico ottimale (optimal loading), l’uso del ghiaccio è ridotto alle prime ore per la sua funzione analgesica e l’uso dei farmaci antinfiammatori viene gestito in maniera consapevole senza ostacolare il processo fisiologico di riparazione.

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