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Azimut Riabilitazione compie 30 anni

 
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Lombalgia nel giovane atleta: quali armi abbiamo a disposizione? Interviene sul tema il Fisioterapista Azimut Federico Sonnati.

La lombalgia rappresenta circa il 10% degli infortuni sportivi, con un’incidenza variabile dall’1 al 30% degli atleti a seconda dello sport praticato, si tratta dunque di una parte consistente degli interventi terapeutici che fisioterapisti e medici si trovano ad affrontare. Sull’argomento abbiamo intervistato il nostro Fisioterapista Federico Sonnati.

Quali possono essere le cause?

Il primo compito dell’equipe riabilitativa è di effettuare la corretta diagnosi differenziale: la maggior parte dei pazienti/atleti affetti da low back pain (LBP) presenta degenerazioni discali o/e spondilolisi. Tuttavia, è opportuno escludere situazioni più gravi, quali fratture da stress di sacro e faccette articolari.
La spondilolisi rappresenta una porzione consistente dei LBP presenti in età adolescenziale: la letteratura suggerisce come fino al 30% delle lombalgie nei giovani atleti sia correlata alla presenza di tale patologia.

Come si può risolvere in questo caso?

In tal caso l’approccio più efficace è rappresentato da un periodo di riposo dall’attività sportiva, durante il quale praticare una fisioterapia mirata al rinforzo e al controllo del tronco, per poi riprendere l’attività sportiva utilizzando un tutore lombare. L’intervento chirurgico è logicamente raccomandato esclusivamente ai casi di spondilolisi che non rispondessero ai trattamenti conservativi, così come necessitano di essere operate solo le erniazioni espulse in cui l’approccio conservativo abbia fallito.

E nel caso di lombalgia aspecifica?

In caso di lombalgia aspecifica (non specific low back pain nella letteratura anglosassone) la letteratura moderna suggerisce come le evidenze più forti siano rappresentate dal trattamento tramite FANS e dalla terapia manuale, seguiti dall’esercizio, dall’applicazione di calore e dall’uso di miorilassanti. Ogni intervento risulta comunque più efficace del riposo. Nonostante possa sembrare paradossale che un atleta richieda esercizi per risolvere l’infortunio, molti studi hanno dimostrato come proprio gli allenamenti sport-specifici rischiano di causare squilibri nella muscolatura lombare che possono favorire l’insorgenza di dolore a causa delle sollecitazioni alterate a cui costringono le strutture articolari. L’esercizio mirato, di rinforzo o di controllo motorio,  a seconda del quadro clinico, ha il compito di ripristinare l’equilibrio perduto. 
Il terapista ha dunque il compito di ricondizionare la schiena al carico tramite terapia manuale, esercizio attivo e allenamento aerobico, quest’ultimo particolarmente efficace nella modulazione degli impulsi nocicettivi.

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Distrofia muscolare di Duchenne: l’importanza della diagnosi precoce e dell’idrokinesiterapia

La distrofia muscolare di Duchenne è una malattia genetica e degenerativa che interessa i muscoli. La mancanza di distrofina, una proteina fondamentale per la contrazione muscolare, porta a una progressiva ipotrofia e ipostenia causando il progressivo aumento della debolezza muscolare.
Fra le varie distrofie, quella di Duchenne è la forma più comune e più grave, con incidenza di 1/3500 maschi (le femmine sono portatrici sane o lievemente sintomatiche).

Come si effettua la diagnosi?

La diagnosi avviene nei primi anni di vita grazie alla visita medica supportata da esami del sangue, biopsia muscolare ed esame genetico.
Durante la visita il medico valuta la forza dei muscoli, il movimento articolare verificando che non vi siano limitazioni e la funzionalità utilizzando apposite scale di valutazione. Queste scale permettono inoltre di monitorare nel tempo la progressione della malattia documentandola. 

Come si manifesta la malattia?

L’esordio avviene nei primi anni di vita del bambino; il primo segnale è l’acquisizione del cammino in ritardo caratterizzato da frequenti cadute e fatica nel rialzarsi da terra. La malattia ha rapida progressione e attorno ai 6 anni possono comparire ipotrofia e retrazioni muscolo-tendinee, causando un progressivo aumento delle difficoltà a camminare e a salire le scale. La debolezza muscolare, che interessa inizialmente i muscoli del cingolo pelvico, costringe il bambino a camminare con la caratteristica andatura anserina (dondolante) e con uno schema patologico caratteristico (iperlordosi lombare, anche flesse, ginocchia estese). Il cammino autonomo mediamente viene perso attorno ai 10 anni ed è necessario ricorrere alla carrozzina.
Con l’avanzamento della malattia viene interessata anche la muscolatura di cingolo scapolare, arti e muscoli del tronco, fino ad arrivare ad avere difficoltà tali da dover trascorrere la maggior parte del tempo a letto (ai 20 anni circa).
Spesso la morte sopraggiunge per problemi cardio-respiratori.

Come si può intervenire e quali sono i trattamenti indicati?

La precocità della diagnosi permette di iniziare la fisioterapia il prima possibile aiutando il bambino a superare le difficoltà che incontra, accompagnandolo nell’acquisizione delle capacità motorie Permette inoltre, di conservare le capacità acquisite, il cammino e la stazione eretta il più a lungo possibile man mano che la malattia progredisce. 
Il fisioterapista utilizzerà la mobilizzazione passiva per mantenere la corretta funzione articolare e gli esercizi attivi che comprendono esercizi aerobici, rinforzo dei muscoli deficitari e attività funzionali (alzarsi da seduto, fare le scale, muoversi a letto…). 
È importante monitorare l’avanzamento della malattia evitando la comparsa di retrazioni tendinee, allo stretching può essere associato l’utilizzo di tutori. Quando ciò non è più sufficiente è indicata la chirurgia ortopedica per correggere le limitazioni articolari prima che portino alla perdita del cammino. Al fine di mantenere il cammino possono essere ricercati dei compensi quando necessario e possono essere utilizzati anche tutori o ausili (deambulatore o tripode).
L’idrokinesiterapia, ovvero l’esecuzione di esercizi terapeutici in acqua, è indicata ed è consigliato iniziarla fin da subito: in acqua il paziente riesce a muoversi con più facilità svolgendo esercizi che a secco non riesce a fare.

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Cos’è la borsite trocanterica, come si manifesta e come si cura

Le borse trocanteriche favoriscono lo scorrimento tendineo e ammortizzano gli urti, preservando i tessuti deboli. Cosa succede se si infiammano e non riescono a svolgere la loro funzione? 
Nella nostra ultima news vi parleremo dei sintomi, delle cause e delle possibili soluzioni riabilitative da intraprendere al manifestarsi della patologia. 


Cosa s'intende per borsite trocanterica? 


La borsite trocanterica - anche nota come sindrome dolorosa del gran trocantere - è una patologia infiammatoria che interessa una o più borse sinoviali dell’epifisi prossimale del femore. Normalmente sono sgonfie e di piccole dimensioni, ma in caso di infiammazione tendono a diventare più grandi e a provocare dolore nella sede interessata. 


Quali fattori possono causare l'infiammazione? 


La sindrome dolorosa del gran trocantere è prevalentemente riconducibile a cause meccaniche e si manifesta quando i muscoli o i tendini sfregano sulla borsa e la spingono contro il femore, provocando dolore di diversa intensità. Spesso si manifesta in seguito ad una contusione in corrispondenza di un trauma da caduta o da contatto pesante. 
Inoltre, la patologia può insorgere anche a causa di alcune condizioni croniche come: 
• Scoliosi 
• Differenza di lunghezza delle gambe 
• Debolezza dei muscoli dell’anca 
• Osteoartrosi 
• Calcificazioni dei tendini del grande gluteo 
• Artrite reumatoide 
I soggetti maggiormente esposti sono gli sportivi, con particolare riferimento ai giocatori di rugby o di altri sport prettamente fisici. Con meno frequenza si manifesta nei soggetti che praticano ciclismo o corsa, anche se il trauma ripetitivo può in qualche maniera influenzare l’insorgere della patologia. 


È possibile prevenirla? 


Alcuni fattori come disequilibri muscolari, debolezza muscolare e l’eccessivo affaticamento possono aumentare la possibilità di infiammare le borse trocanteriche. Si consiglia quindi di seguire una serie di accorgimenti come: 
• Impegnarsi nell'adozione di una postura corretta 
• Indossare calzature adeguate 
• Mantenere il peso forma e un’attività motoria regolare
Quali sono i sintomi più comuni? 
Il sintomo principale è il dolore, lieve o intenso, localizzato lungo la coscia esterna, il fianco e il ginocchio. La manifestazione dolorosa può aumentare o diminuire a seconda della postura e dei movimenti: solitamente è più acuto durante la deambulazione e nelle ore notturne. 
Nei casi più gravi il dolore è associato a rossore e gonfiore localizzati sul lato del fianco interessato e può avere delle complicazioni, tra cui: 
• Peggioramento della qualità della vita e difficoltà a svolgere le normali attività quotidiane 
• Alterazione del sonno 
• Sovraccarico dell’arto sano 
• Compromissione motoria 
• Indebolimento muscolare 
• Tendenza alla cronicizzazione dell’infiammazione 


Come si effettua la diagnosi? 


La palpazione morbida della borsa è il segno clinico più caratteristico, ma in alcuni casi potrebbe essere utile effettuare un’ecografia o una risonanza magnetica per conoscere più a fondo la gravità dell’infiammazione. Insieme all’analisi dei sintomi e ad un esame obiettivo, l’ortopedico o il fisiatra stabilirà se si tratta di una complicazione anatomica o posturale e la successiva cura da seguire. 
La terapia medica è spesso molto efficace, sia per via orale che per via infiltrativa: fans o cortisone i farmaci più utilizzati.Nella maggior parte dei casi la borsite guarisce nell’arco di sei settimane, anche se questo dato è molto soggettivo e può variare dal tipo di infiammazione, dalle condizioni generali dell’organismo e dalle cause scatenanti. 


In cosa consiste la fisioterapia per la borsite trocanterica? 


Dopo la valutazione della storia clinica del paziente, il fisioterapista può intervenire con tecniche di terapia manuale - come esercizi di scarico e massaggi della zona interessata - al fine di migliorare il movimento fisiologico dell’articolazione. In alcuni casi è indicato il ricorso alle terapie fisiche come laser ad alta potenza, gli ultrasuoni o la diatermia. Dobbiamo prevedere poi un programma di riequilibrio muscolare di tutte le coppie muscolari che interagiscono nell’articolazione, in particolar modo adduttori-abduttori. 

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Condividiamo il nostro Fisioterapista e Osteopata Marco Candiloro con la UYBA Volley femminile

Azimut e la UYBA Volley femminile sono legate in un duplice modo. Il nostro centro di riabilitazione è partner tecnico della squadra di serie A e condivide con lei la professionalità di Marco Candiloro che fa parte dello staff medico in qualità di Fisioterapista e Osteopata. In occasione della ripresa del campionato italiano dopo la pausa natalizia, lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua esperienza a stretto contatto con le atlete.  


Ciao Marco, da quanto tempo collabori con la UYBA Volley? E cosa significa che Azimut è sponsor tecnico?

Sono ormai quattro stagioni che faccio parte dello staff medico della UYBA Volley femminile, composto da due medici e un altro fisioterapista. Il fatto che Azimut sia sponsor tecnico significa che possiamo contare su tutti i servizi e la struttura del nostro centro e le atlete, in caso di riabilitazione lunga, possono seguire il loro programma riabilitativo in Azimut.

In linea generale, quali sono i compiti dello staff medico?

La gestione dei problemi derivanti da infortuni sono solo una parte del nostro lavoro, la sfida più grande è quella di evitarli, monitorando e gestendo i carichi di lavoro delle ragazze. In pratica modifichiamo le schede pesi insieme al preparatore atletico al fine di scongiurare al massimo la possibilità di infortuni da overuse.

Mi corregga se sbaglio: non si tratta della sua prima esperienza nel mondo sportivo, vero? 

Sì, è corretto. Sono molto legato al mondo dello sport, per la precisione al basket perché sono stato cestista professionista. Poi come Fisioterapista e Osteopata, nel corso degli anni, ho collaborato con altri team di pallavolo: la Powervolley Milano maschile in A1, il Segrate maschile in serie B e la Busnago Volley femminile in A2. Ad oggi conto 14 stagioni a bordo campo di squadre di pallavolo professioniste. 

Torniamo alla Yamamay di Busto Arsizio, quali sono le attività che svolge quotidianamente insieme alle atlete? 

Ogni pomeriggio, mezz'ora prima dell'allenamento eseguo i bendaggi funzionali sulle atlete che ne hanno necessità oppure monitoro le ragazze che devono eseguire degli esercizi illustrati in precedenza come warm up.
Successivamente inizia l'allenamento vero e proprio e, se non ho atlete da seguire, monitoro le ragazze da bordo campo oppure resto a disposizione nella sala delle terapie o in sala pesi. Poi alla fine della preparazione atletica, chi ha bisogno di trattamenti si ferma con me, chiaramente questo succede anche dopo le partite.

Nella pallavolo quali sono gli infortuni traumatici che si manifestano maggiormente? 

Se parliamo di problematiche traumatiche, l'articolazione più interessata è sicuramente quella delle dita. Basti pensare alle pallonate che si ricevono a muro per rendersi conto di quanto sia elevata la percentuale di lussazione o frattura delle falangi. Per quanto riguarda gli arti inferiori, i traumi più frequenti sono invece, le distorsioni della caviglia e in secondo luogo del ginocchio.
Mentre le problematiche da sovraccarico riguardano in primis la spalla e le tendinopatie  degli arti inferiori, ossia riguardanti il tendine rotuleo o achilleo e in minor misura, tendinopatia adduttoria perché c'è poca componente di corsa e di cambio di direzione in questa disciplina sportiva. E poi possono presentarsi dolori - sempre da sovraccarico - al rachide lombare.

Come sta andando la stagione delle ragazze?

Siamo appena entrati nel Girone di Ritorno e le ragazze hanno disputato un ottima Andata che le ha portate al secondo posto in classifica.
Siamo molto contenti del team e sappiamo di avere un roaster da prima fascia, ma siamo anche consapevoli che abbiamo dietro di noi squadroni che incalzano e hanno a disposizione budget stellari. Sarà veramente dura mantenere questa posizione anche perché il Campionato Italiano è veramente tosto, considerato che si tratta quello di maggior livello del mondo. 
Tra l'altro il Campionato è ancora lungo e tutti gli altri obiettivi sono ancora in ballo. Andiamo incontro ad un periodo molto impegnativo perché il prossimo mese disputeremo il secondo turno di Coppa Cev, i quarti di finale che in caso di vittoria porteranno al Final Four di Coppa Italia e poi ci sono ovviamente le partite di campionato. 
Quindi, rischiamo di avere fino a un massimo di 10 partite dal 15 gennaio al 15 febbraio e questo ovviamente sottopone le atlete al pericolo di patologie da sovraccarico e la nostra missione sarà appunto di monitorare e scongiurare questi rischi.

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L'importanza della Fisioterapia nel trattamento dell'algodistrofia

L’algodistrofia - anche nota come sindrome dolorosa regionale complessa - è una condizione cronica caratterizzata da dolore intenso e continuo a carico di un arto superiore o inferiore. Le braccia, le gambe, le mani e i piedi sono le parti del corpo maggiormente interessate. 
Nella nostra ultima news vi parleremo dei sintomi, delle cause, della diagnosi e della cura fisioterapica dell’algodistrofia. 

Come si manifesta l’algodistrofia? 


La sintomatologia principale dell’algodistrofia è un dolore acuto e persistente ad un arto o a parte di esso. Solo in alcuni casi si unisce al dolore una sensazione di bruciore al livello dell’arto interessato. In aggiunta, possono comparire anche altri sintomi, tra cui: 

  • Alterazione dell’aspetto della pelle: la colorazione può variare da rossa e blu, la pelle può apparire disidratata e calda oppure molto fredda
  • Alterazione della crescita dei capelli e delle unghie dell’arto interessato 
  • Rigidità e gonfiore articolare 
  • Tremori e spasmi muscolari 
  • Difficoltà di movimento dell’arto indolenzito 
  • Insonnia 
  • Fragilità ossea (osteoporosi)

Solo raramente l’algodistrofia può causare infezioni e ulcere cutanee, atrofia muscolare e contratture muscolari.
In generale, non vi è un tempo di decorso specifico per questa sindrome: può infatti durare da alcuni giorni fino a diverse settimane.  

Le cause sono attualmente conosciute? 


Secondo la ricerca scientifica, tale sindrome sarebbe causata da un malfunzionamento contemporaneo del sistema nervoso centrale e periferico, del sistema immunitario e del sistema circolatorio sanguigno. Tuttavia, non è ancora noto il motivo scatenante di questo malfunzionamento.
È anche stato riscontrato che la condizione si presenta spesso associata a fratture ossee, ustioni o bruciature, tagli e distorsioni articolari. 


Come si effettua la diagnosi dell’algodistrofia? 


Per diagnosticare una condizione come l’algodistrofia e conoscere in maniera approfondita il quadro sintomatologico è necessario effettuare una diagnosi differenziale tramite un’accurata anamnesi. L’iter diagnostico solitamente prevede: 

  • Risonanza magnetica nucleare o esame radiologico per escludere problemi alle ossa o ai tessuti molli 
  • Esami del sangue per escludere malattie infettive 
  • Studi di conduzione nervosa per escludere danni ai nervi 

In che modo la Fisioterapia può aiutare i pazienti affetti da algodistrofia? 


Nei casi di algodistrofia, la terapia fisioterapica è un valido supporto per alleviare la sintomatologia dolorosa causata dalla sindrome. Di fronte a questa condizione è necessario intraprendere un percorso di riabilitazione al fine di migliorare la circolazione sanguigna, l’elasticità e la forza del muscolo e la motilità dell’arto interessato. 
La mobilizzazione passiva va eseguita in maniera molto cauta e attenta; non si deve limitare all’articolazione interessata ma anche a quelle limitrofe. Gli esercizi attivi nella mobilità residua possono aiutare il paziente ad uscire dal circolo vizioso che si è creato a causa del dolore; vanno eseguiti in maniera molto graduale e sempre senza risvegliare la sintomatologia algica. Spesso è utile eseguirli in una piscina idroterapica dove l’acqua calda può essere un valido alleato.
Per una prognosi migliore e per ridurre fin da subito i dolori acuti causati dall’algodistrofia, si consiglia di iniziare la fisioterapia quando la sindrome è agli esordi. 

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Come riconoscere l'instabilità di spalla e individuare una terapia corretta

Moreno Brustia, Fisioterapista Azimut, in questa news ci aiuta a riconoscere l'instabilità di spalla e fornisce indicazioni per una terapia corretta.

Cosa si intende con “Instabilità di spalla”?


Con questo termine ci si riferisce all’incapacità di mantenere la testa omerale all’interno della fossa glenoidea della spalla. Questa condizione può avere due origini:

  • Traumatica, in cui l’instabilità anteriore è la condizione patologica che più comunemente si verifica (spesso durante attività sportive o in seguito a cadute con il braccio ruotato esternamente e abdotto a 90°)
  • Non traumatica, a sua volta suddivisa in instabilità congenita e instabilità ricorrente cronica

La stabilità della spalla è garantita da una componente statica (legamenti, cercine glenoideo, pressione negativa intra-articolare) e una componente dinamica muscolare (cuffia dei rotatori, deltoide, capo lungo del bicipite tra i più importanti). Se una o più di queste componenti sono compromesse, potrebbe verificarsi la condizione patologica di instabilità .


Come si riconosce l’instabilità di spalla?


Grazie ad una accurata anamnesi, allo studio di segni e sintomi riportati dal paziente e ad un corretto esame obiettivo, è possibile riconoscere questa problematica. Dopo aver analizzato la storia clinica del soggetto, è importante svolgere l’esame fisico alla ricerca di quelli che sono i tipici segni dell’instabilità. A supporto di questo vi sono numerosi test ortopedici provocativi tra cui: segno del solco, apprehension test, relocation test, load and shift test. 


Qual è il percorso terapico corretto?


La gestione del percorso terapico varia in base al tipo di instabilità ed è importante dunque programmare un piano terapico mirato in base alle esigenze e necessità personali del paziente. Dal punto di vista conservativo, la gestione fisioterapica deve anch’essa essere centrata e specifica per ogni paziente, ma solitamente questa prevede:

  • Allenamento per il controllo motorio dei muscoli stabilizzatori durante le attività funzionali
  • Rafforzamento specifico di muscoli quali: deltoide, muscoli della cuffia dei rotatori e muscoli stabilizzatori della scapola
  • Rieducazione posturale
  • Istruzione specifica per prevenire il ripetersi di condizioni di instabilità
  • Terapia manuale specifica per la mobilità dell’articolazione gleno-omerale, acromion-clavicolare scapolo-toracica e del tratto cervico-toracico della colonna dorsale

 

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L'epicondilite laterale o «gomito del tennista» spiegata dal Fisioterapista Azimut Moreno Brustia

L'epicondilite laterale, conosciuta anche come "gomito del tennista", è una delle più comuni sindromi      da overuse che colpiscono il gomito. Oggi nell’intervista al nostro Fisioterapista Moreno Brustia affronteremo questo tema.


Quali sono le strutture interessate e chi è maggiormente colpito?


La patologia colpisce i muscoli estensori dell'avambraccio che originano dall'epicondilo laterale dell'omero e, in modo particolare, viene spesso interessato il muscolo estensore radiale breve del carpo.
L'epicondilite laterale, classificata tra le tendinopatie, colpisce prevalentemente coloro che svolgono attività ripetitive stressanti per l'arto superiore come l'utilizzo prolungato di mouse e tastiera, i movimenti ripetitivi di pronazione e supinazione, il sollevamento continuo di oggetti pesanti e l'esposizione per lunghi periodi a vibrazioni dirette.
Tra gli sport maggiormente colpiti vi sono invece: baseball, badminton, paddle, nuoto e tutti gli sport in cui il lancio è un gesto ripetuto in modo continuo. Nonostante il nome che più comunemente viene attribuito all'epicondilite, è bene ricordare che soltanto il 5% di chi ne è affetto gioca a tennis.


Quali sono le principali cause e come si presenta clinicamente?


Essendo classificata come un infortunio da overuse, il meccanismo di danno principale è l'utilizzo eccessivo dei muscoli e dei tendini dell'avambraccio e del gomito, con contrazioni ripetute e attività che creano una continua tensione nelle strutture interessate. L'uso intensivo e le continue sollecitazioni possono provocare un maladattamento della struttura miotendinea, con possibile conseguente dolore a livello dell'inserzione muscolo-tendinea.
Un recente studio ha identificato 3 principali fattori di rischio:

  1. movimentazione manuale ripetuta di carichi maggiori di 1kg.
  2. movimentazione manuale per più di 10 volte al giorno di carichi superiori a 20 kg.
  3. movimenti manuali ripetuti per più di 2 ore al giorno.

Il sintomo principale che indica una possibile presenza di epicondilite laterale è il dolore alla palpazione a livello dell'epicondilo, dove si inseriscono i muscoli estensori. Inoltre spesso vi è perdita di forza dell'estensore radiale breve del carpo.


Qual è il percorso terapico più corretto?


Il trattamento conservativo è solitamente indicato per la risoluzione della problematica. In fase acuta è spesso consigliato l'utilizzo di ghiaccio e di farmaci antinfiammatori per la riduzione della sintomatologia dolorosa e dell'infiammazione. A questi è necessario affiancare un percorso terapico mirato alla riduzione del dolore e al miglioramento della funzione. Tra le varie tecniche utilizzate trovano un buon riscontro clinico la terapia manuale, le mobilizzazioni con movimento (MWM), il rinforzo muscolare e lo stretching, le terapie fisiche come ultrasuoni e TENS, la riabilitazione gesto-specifica in base allo sport e l'educazione al controllo e alla modificazione delle attività dannose.
In particolari casi in cui la riduzione della sintomatologia dolorosa e della problematica risulta molto difficoltosa con un approccio di tipo conservativo. Dopo un’accurata valutazione da parte del personale medico, può essere preso in considerazione l'utilizzo di infiltrazioni di corticosteroidi ed eventualmente un approccio chirurgico.
Dobbiamo ricordare che non tutti i problemi laterali di gomito sono dovuti a delle tendinopatie, ma ci possono essere diverse cause di dolore, anche intra-articolari. La valutazione differenziale di un epicondilalgia deve essere molto attenta.

 

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Azimut ha attivato la convenzione con RBMSalute e Previmedical

Abbiamo una buona notizia: Azimut ha  recentemente attivato una convenzione con RBMSalute e Previmedical. 
Quali sono i vantaggi e chi può ottenerla? Lo raccontiamo nella nostra news.

Di cosa si occupano Previmedical e RBMSalute?

Previmedical e RBMSalute offrono servizi assicurativi per la sanità integrativa. Dal 2018 sono entrati a far parte del loro circuito oltre 5 milioni di nuovi assicurati.
Nello specifico RBM Assicurazione Salute con i nuovi Piani Sanitari per gli oltre 1,5 milioni di assicurati e per i relativi familiari (coniuge e soggetti assimilati, figli) garantisce una “presa in carico” integrale delle spese sanitarie sostenute dagli assicurati in regime di assistenza diretta (struttura sanitaria e medico convenzionato) all’interno delle strutture sanitarie convenzionate abbracciando a 360° l’intero percorso di cura. 

Quali sono le novità e chi può usufruirne?

La novità principale è che Azimut fa parte delle strutture convenzionate del circuito di RBM Assicurazione Salute.
L'elenco delle aziende che hanno scelto RBMSalute per i propri dipendenti e relativi familiari è molto lungo. Queste aziende operano nei settori più disparati: credito, finanza, trasporti, ristorazione ecc... Mettiamo a disposizione il PDF scaricabile con tutte le aziende che hanno scelto questa assicurazione integrativa per i loro dipendenti.  

Se hai diritto a questa convenzione e vuoi conoscere meglio i vantaggi: chiamaci e ti forniremo tutte le indicazioni necessarie per ottenere le informazioni che cerchi. 
Contatta: Azimut Riabilitazione Biella Tel. 015 27098

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