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L'importanza della fisioterapia a seguito della frattura del malleolo

La frattura del malleolo è un infortunio piuttosto comune della caviglia, caratterizzato dalla rottura di uno o più malleoli. Si manifesta sotto forma di dolore acuto alla caviglia, gonfiore localizzato, ematomi, ridotta mobilità della caviglia e impossibilità o difficoltà a camminare. 
Vediamo le cause, le terapie conservative e il ruolo della fisioterapia per una corretta guarigione. 

Quali sono le cause più frequenti? 

Nella maggior parte dei casi, gli episodi di frattura sono la conseguenza di un trauma ad alta velocità dovuto ad una caduta accidentale durante la vita di relazione, il cammino o la pratica sportiva. 

Qual è il trattamento in caso di frattura non grave? 

In genere, se la frattura non è scomposta, è sufficiente stare a riposo e immobilizzare la caviglia - tramite gessatura o tutore - per almeno 5-8 settimane. Ai pazienti inoltre, si consiglia l’utilizzo di stampelle per evitare l’appoggio a terra. 

Quando si deve ricorrere alla chirurgia?

L’intervento chirurgico è necessario in caso di infortunio grave, ossia quando i frammenti ossei sono distanti oppure ostacolati nell’avvicinamento. In quei casi, la chirurgia di osteosintesi riposiziona i frammenti ossei nella posizione anatomica corretta, fissandoli con viti e piastre. A seguito dell’intervisto sono previsti l’immobilizzazione della caviglia e l’uso delle stampelle. 
Le tempistiche di ripresa variano in base alla tipologia di intervento e alle condizioni del paziente: solitamente sono necessarie diverse settimane per un recupero completo (12/20 settimane). 

Perché la fisioterapia è un passaggio fondamentale?

Dopo il periodo di riposo e l’immobilizzazione forzata, il piede e la caviglia potrebbero risultare gonfi, rigidi, deboli e doloranti. In queste circostante seguire un ciclo di sedute fisioterapiche serve per: 

  • rinforzare la muscolatura dell’arto inferiore 
  • ristabilire la corretta mobilità articolare della caviglia 
  • riprendere la deambulazione corretta e la massima funzionalità 

Cosa prevede la terapia fisioterapica? 

A volte può essere necessario ricorrere a terapie fisiche antalgiche, ma fondamentalmente la terapia prevede un percorso riabilitativo completo di: 

  • trattamento manuale di mobilizzazione e massaggio 
  • esercizio terapeutico attivo, a secco ed in acqua 
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Fascite plantare: cos’è e come si cura

La fascite plantare è una patologia del piede molto diffusa, che può svilupparsi sia in chi pratica sport regolarmente sia in chi ha abitudini sedentarie. Approfondiamo l’argomento con Federico Sonnati, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Cosa si intende esattamente con il termine fascite plantare?

È così definita una degenerazione della fascia plantare, vale a dire il tessuto che si estende dal tallone alla pianta del piede. Esso gioca un ruolo fondamentale nel mantenimento della volta plantare e della struttura del piede. 

Da cosa è causata?

Solitamente questa condizione è il risultato di un uso eccessivo e ripetuto del piede, causa di molteplici e diffusi micro-traumi. Inoltre, esistono alcuni fattori predisponenti, ad esempio: 

  • peso eccessivo
  • piede piatto
  • utilizzo di calzature inadeguate

Generalmente - nonostante possano essere presenti dei fattori predisponenti - il problema si presenta per un insieme di sollecitazioni eccessive rispetto alle capacità soggettive del piede di accomodare gli sforzi.

Quali sono i sintomi della fascite plantare?

Nella maggior parte dei casi il disturbo si manifesta con dolore sotto alla pianta del piede. La sintomatologia dolorosa può verificarsi già al risveglio e tende ad aumentare quando si calpestano terreni duri, si salgono le scale o durante le attività svolte a piedi nudi. 

Si può curare? Se sì, quali sono i rimedi per la fascite plantare?

In fase iniziale, la fascite plantare deve essere trattata con un trattamento conservativo: applicazioni di ghiaccio locale, scelta di calzature adeguate, riduzione momentanea delle attività. Per ridurre i tempi di recupero ci si può sottoporre a terapie fisiche come la tecar o l’ultrasuoni, a seconda delle indicazioni del medico. 

Risolta la fase acuta, in cui l’infiammazione del tessuto rende il dolore molto invalidante, è opportuno restituire forza ed elasticità alla fascia plantare e a tutto il complesso della muscolatura di piede e caviglia. La fisioterapia si compone di:

  • trattamenti manuali - tra cui massaggi profondi e mobilizzazioni articolari - destinati alla volta plantare e alla muscolatura
  • esercizi di allungamento e di rinforzo per i muscoli del piede, utilizzando elastici e piani instabili 
  • esercizi in carico (in piedi o in stazione eretta)

L’insieme di questi stimoli ha l’obiettivo di ricondizionare il tessuto fino allo stato di salute originario, risolvendo i sintomi e prevenendo condizioni recidivanti.

Questa patologia può risultare molto invalidante e talvolta richiede alcune settimane per il completo recupero. Tuttavia, se l’approccio è corretto e tempestivo, il recupero è sempre completo.

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Text neck, la nuova sindrome da smartphone

L’eccessivo utilizzo dello smartphone e di altri apparecchi elettronici può comportare anche problemi a livello fisico e muscolare. Quando si parla di text neck o sindrome da smartphone, si intende una nuova patologia che colpisce sempre più persone in tutto il mondo, soprattutto adolescenti. 
Spieghiamo di cosa si tratta, quali sono i sintomi più comuni e come si può intervenire per ridurre il dolore. 
 

Che cos’è il text neck

Text neck è un termine usato per descrivere i disturbi alla zona cervicale, di intensità variabile, causati dall’utilizzo prolungato di smartphone e tablet. 
Spesso infatti, si utilizzano gli apparecchi elettronici mantenendo una posizione impropria, con la testa flessa in avanti e la schiena curva. Mantenere questa posizione grava sul tratto cervicale e crea un carico passivo che può variare dai 12 ai 17 kg.
 

Quali sono i sintomi della sindrome da smartphone?

La sintomatologia dolorosa può manifestarsi sotto forma di:

  • mal di testa 
  • contratture muscolari, soprattutto a livello dei muscoli cervicali 
  • tensione costante e progressiva delle muscolatura posteriore del tratto dorsale 
  • degenerazione delle articolazioni causata da un’inversione anomale della curva fisiologica del tratto cervicale 
  • formicolio ed intorpidimento degli arti superiori 

Più raramente, possono manifestarsi protusioni, ernie e vertigini. 
 

La fisioterapia può ridurre il dolore? 

Sì, con l’utilizzo di terapie fisiche - ad esempio tecarterapia, laserterapia, ultrasuoni, magnetoterapia - si interviene sull’infiammazione, riducendo il dolore anche nelle fasi più acute. 
Altrettanto utili sono i trattamenti manuali: mobilizzazioni passive per migliorare il range di movimento e massaggi di lieve intensità per diminuire le tensioni muscolari. 
 

Come prevenire e alleviare il dolore?

Spesso può essere necessario rieducare il paziente ad assumere posizioni corrette durante la vita quotidiana: in questo caso si può ricorrere alla rieducazione posturale, svolta sia individualmente sia in piccoli gruppi. 
La ginnastica posturale può essere utile anche per ridurre la sintomatologia dolorosa, seguendo un programma specifico definito sulle esigenze cliniche di ciascun paziente.
 

Gli esercizi per il text neck, un altro aiuto per il paziente 

Al mattino appena svegli, durante la pausa pranzo o prima di andare a dormire, si consiglia di svolgere dei semplici esercizi di mobilizzazione e scarico della colona vertebrale.

  1. Allungamento del collo
    In posizione seduta e con la schiena ben appoggiata ad uno schienale, retroposizionare il mento e mantenere la posizione per 10 secondi.
    Ripetere l’esercizio 3 volte.
  2. Estensione del collo
    In posizione seduta e con la schiena ben appoggiata ad uno schienale, flettere la testa lateralmente e poi riportarla al centro.
    Ripetere l’esercizio 10 volte.
  3. Rotazione del collo
    In posizione seduta e con la schiena dritta, roteare dolcemente il collo a destra e a sinistra, avvicinando il più possibile le orecchie alle spalle.
    Ripetere l’esercizio 5 volte. 
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I benefici della camminata veloce

La camminata veloce è un’attività aerobica che può essere svolta indoor - su tapis roulant - oppure all’aperto, esattamente come il running. Approfondiamo i benefici di quest’attività estremamente diffusa in tutto il mondo.

Andiamo a fare una passeggiata?

Sempre più spesso si confonde la camminata veloce con la classica passeggiata, solitamente effettuata in maniera ricreativa una volta ogni tanto. Invece, anche questa attività aerobica - come tutti gli altri tipi di allenamento corporeo - ha bisogno di essere programmata ed effettuata regolarmente seguendo un obiettivo funzionale e terapeutico. 
Nulla vieta però, di approcciarsi partendo proprio dalle passeggiate, più leggere e utili per favorire gli adattamenti muscolari e cardio-vascolari. Questo tipo di approccio è consigliato soprattutto nei soggetti in sovrappeso, negli anziani e nelle persone che soffrono di malattie cardiovascolari. 

Quali sono i benefici della camminata veloce? 

In assenza di controindicazioni patologiche, qualsiasi tipo di esercizio fisico regolare aiuta a migliorare il benessere complessivo dell’organismo. Nello specifico, la camminata veloce aiuta ad ottimizzare la funzionalità cardio-vascolare, polmonare e muscolo-articolare degli arti inferiori. 
Se l’allenamento viene eseguito correttamente - almeno 30 minuti al giorno per 5 giorni a settimana - i benefici riscontrati sono numerosi:

  • Riduzione dell’ipertensione arteriosa 
  • Riduzione del rischio di osteoporosi 
  • Ottimizzazione della capacità di apprendimento, di concentrazione e dell’efficienza mentale, soprattutto nei soggetti anziani 
  • Prevenzione della degenerazione cerebrale in terza età: demenza senile e malattia di Alzheimer 
  • Riduzione dello stress 
  • Riduzione dei fattori di rischio che potrebbero comportare la comparsa di infarto miocardico e ictus

La camminata veloce fa dimagrire? 

Con questa attività i benefici metabolici sono i primi ad essere notati: risulta più facile controllare il peso o ottimizzare la terapia volta alla riduzione dell’obesità. Allo stesso tempo, aiuta ad aumentare la tolleranza metabolica dei carboidrati, a ridurre la trigliceridemia e a bilanciare la colesterolomia (con l’aumento percentuale del colesterolo buono e la riduzione di quello cattivo). 

Camminata veloce o corsa? 

La camminata veloce viene ampiamente apprezzata perché l’impatto del peso corporeo è minore sulle articolazioni rispetto ad altre attività. Inoltre, l’intensità è gestibile più facilmente, motivo per cui spesso viene preferita dalle persone anziane, da chi soffre di obesità e da chi tende a condurre una vita sedentaria. 
D’altro canto, la corsa è un’attività decisamente più intensa che comporta un dispendio calorico ed energetico superiore.

Qualche consiglio per svolgere l’attività in sicurezza 

  1. Prima di iniziare con un approccio sportivo, eseguire una visita medica generale 
  2. Scegliere il giusto abbigliamento tecnico: scarpe da camminata veloce (non sono le stesse della corsa), cappellino per ripararsi dal sole, eventuali dotazioni luminose o catarifrangenti in caso di uscite serali e notturne 
  3. Mantenersi sempre idratati: è consigliabile portarsi dietro dell’acqua arricchita con potassio e magnesio. 
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La biomeccanica della pedalata e le patologie a carico dell’arto inferiore

In Italia, il 3,6% della popolazione utilizza la bicicletta come mezzo di trasporto e più di 111.424 persone - secondo i dati della Federazione Ciclistica Italiana aggiornati al 2018 - praticano il ciclismo a livello agonistico o amatoriale.
Anche in ambito riabilitativo, gli attrezzi a pedale - cicloergometri, cyclette, cyclette orizzontali - sono ampiamente utilizzati nei programmi di recupero a seguito di infortuni a carico dell’arto inferiore. Sono inoltre utilizzati con altre finalità, dal ricondizionamento aerobico al recupero della mobilità e della forza muscolare.
In cosa consiste la pedalata e quali sono le patologie che possono colpire i ciclisti? Approfondiamo l’argomento con Stefania Intonti, Fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

In cosa consiste la pedalata?

Nel ciclismo, il gesto atletico è essenzialmente racchiuso nella pedalata. La potenza generata dall’arto inferiore viene trasferita all’attrezzo (ad esempio la bicicletta) permettendo all’atleta di avanzare oppure al paziente in riabilitazione di vincere la resistenza imposta. La sua efficienza sembra essere correlata sia al posizionamento sul mezzo che ad una serie di parametri umani come l’affaticamento, la cadenza, l’intensità.
Attraverso un’analisi approfondita delle caratteristiche biomeccaniche, si è riusciti a comprendere la dinamica della pedalata che si esprime essenzialmente su due piani: 

  • Sagittale, in cui avviene il movimento di rivoluzione della pedivella
  • Frontale, che studia l’escursione compiuta dal centro del ginocchio. 

Quali sono le fasi della pedalata?

Per comprendere meglio come funziona la pedalata, si può immaginare di suddividere il movimento in 4 fasi:

  1. Spinta o estensione dell’arto inferiore (dai 20 ai 145 gradi).
    In questa fase si sviluppa il 65% della potenza, generata prevalentemente per azione dei muscoli glutei e del quadricipite. La caviglia è in posizione neutra, il pedale orizzontale.
  2. Prima fase di transizione (dai 145 ai 215 gradi).
    Sviluppo del 12% della potenza: il lavoro di estensione si trasforma in trazione. L’anca, il ginocchio e la caviglia raggiungono l’estensione massima.
  3. Trazione (dai 215 ai 325 gradi).
    Sviluppo del 17% della potenza, generata dalla flessione dell’anca e del ginocchio. La caviglia resta in flessione plantare e i muscoli più attivi sono i flessori di ginocchio.
  4. Seconda fase di transizione (dai 325 ai 20 gradi).
    Sviluppo del 6% della pedalata: il gesto è generato dai muscoli sartorio, ileo psoas, tensore della fascia lata e grande adduttore. L’anca e il ginocchio raggiungono la massima estensione, mentre il pedale torna ad essere parallelo al suolo.
    Quest’ultima fase corrisponde alla conclusione della rivoluzione della pedivella, da cui può ripartire nuovamente tutto il ciclo.

Cosa si deve fare per migliorare la prestazione e non incorrere in problemi da pedalata?

Studi ed esperienza insegnano che, al di là del saper utilizzare il mezzo, per ridurre il rischio di lesioni croniche e ottimizzare la performance è importante procedere alla scelta e all’adattamento della bicicletta secondo due ordini di fattori: 

  • scegliere la bicicletta con le caratteristiche adatte all’uso e alle dimensioni del ciclista (conformazione) 
  • effettuare le corrette regolazioni delle componenti pedale (tacchette), sella e manubrio (altezza e avanzamento). 

Altrettanto importanti sono i movimenti, gli adattamenti e le caratteristiche antropometriche di ciascun soggetto. 

Lesioni dirette e indirette: che differenza c’è? 

Una parte importante della popolazione ciclistica è esposta a infortuni da utilizzo della bicicletta. Le lesioni dirette - acute o traumatiche - sono per lo più imprevedibili perché dovute da cadute accidentali.
Le lesioni indirette croniche invece, sono le più frequenti e solitamente si manifestano a causa di: 

  • scorretto posizionamento sul mezzo 
  • utilizzo eccessivo
  • errori di allenamento 

Il ginocchio è l’articolazione che più facilmente è soggetta a sofferenza: quali sono le principali patologie a suo carico?

Durante la pedalata il ginocchio compie delle oscillazioni laterali, quindi bloccare la zona - come avveniva in passato - può comportare l’insorgere di problemi rotulei.
Un ginocchio estremamente valgo può causare tendinopatie della zampa d’oca e tendinopatie della bandelletta ileotibiale. Il dolore posteriore all’inserzione della testa del perone invece, può essere dovuto alla rigidità dei muscoli posteriori della coscia. Può anche manifestarsi un dolore femoro-rotuleo, influenzato dalla validità degli stabilizzatori d’anca e da un’alterazione di tono dei fasci mediali/laterali del quadricipite.

Quali sono le altre aree soggette a sofferenza?

Generalmente nel ciclismo l’anca è poco soggetta a sovraccarico, ma la presenza di un conflitto femoro-acetabolare può portare ad un aumento del dolore in zona.
Le problematiche della caviglia e del piede possono essere limitate con una buona mobilità e un’adeguata lunghezza del tendine d’Achille.

È possibile imparare a pedalare bene?

La pedalata perfetta non esiste, però un’impostazione corretta e un mezzo adatto alle proprie esigenze possono favorirla. È altrettanto importante allenarsi al meglio alternando alla tonificazione muscolare il lavoro per migliorare l'elasticità.
Con la pratica inoltre, si andranno a migliorare altri valori basilari come la cadenza, il carico e la fatica.

Cosa bisogna tenere in considerazione in ottica riabilitativa?

Innanzitutto è fondamentale un corretto posizionamento del paziente effettuando delle regolazioni “terapeutiche” con accorgimenti protettivi della posizione. In base al quadro clinico, agli obiettivi e alle caratteristiche morfologiche del paziente, si adegua il mezzo al soggetto, consentendo di creare programmi idonei a breve, medio e lungo termine.

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Cos’è lo strappo muscolare, quali sono le cause e i tempi di recupero

Lo strappo muscolare - anche noto come distrazione muscolare - è una lesione che causa la rottura di alcune fibre che compongono il muscolo. È particolarmente frequente in ambito sportivo, soprattutto in quelle attività che richiedono un movimento muscolare esplosivo come ad esempio la pallavolo, il calcio, l’atletica. Quando si presenta e come? Vediamolo insieme. 

Quali sono i muscoli maggiormente a rischio? 

Qualsiasi gruppo muscolare può essere colpito dallo strappo muscolare: negli sportivi le sedi più comuni sono gli arti inferiori e superiori, i muscoli - flessori della coscia, adduttori, quadricipite, tricipite surale. 
Più raramente si manifestano strappi a carico della muscolatura addominale e dorsale. 

Cosa può causarne la comparsa?

Questo tipo di lesione è solitamente causata da un’eccessiva sollecitazione dei gruppi muscolari - ad esempio brusche contrazioni o scatti improvvisi - spesso in condizioni di scarso allenamento, di disidratazione o in generale quando il muscolo è eccessivamente stanco per sostenere lo sforzo. 

Come si manifesta? 

Il sintomo principale dello strappo muscolare è un dolore acuto nella zona lesionata di insorgenza immediata durante lo sforzo, tanto più intenso quanto è la gravità della lesione. Quando il trauma è particolarmente grave ci si trova anche nell’impossibilità di muovere la parte interessata. Dopo circa 24 ore dall’infortunio, possono tuttavia emergere dei lividi localizzati più distalmente rispetto alla sede dello strappo. 

Cosa si consiglia di fare appena dopo l’infortunio? 

Anche quando il dolore avvertito risulta di lieve entità, è fondamentale sospendere immediatamente l’attività sportiva. In caso di sforzo prolungato infatti, si rischia di aggravare notevolmente la situazione. 
Successivamente, si consiglia di applicare un impacco freddo - borsa del ghiaccio o spray - per ridurre la vasocostrizione ed eventualmente un bendaggio compressivo. 

Quali sono i tempi di recupero dello strappo muscolare? 

Le tempistiche variano innanzitutto dall’entità dell’infortunio: nei casi più lievi le lesioni si risolvono in 2-4 settimane, tempo in cui l’atleta deve rimanere a riposo. Nei casi più gravi può essere necessario l’intervento chirurgico. 

In cosa consiste il percorso riabilitativo, utile per permettere la ripresa dell’attività sportiva? 

Il trattamento manuale, l’utilizzo di terapie fisiche, un graduale ricondizionamento muscolare eventualmente con il supporto di taping, possono aiutare ad accelerare il recupero e migliorare la qualità del tessuto muscolare interessato riducendo anche la possibilità di recidive. Tra le terapie fisiche più efficaci c’è la tecarterapia, una metodica utile per ridurre i tempi di recupero che utilizza il trasferimento di cariche elettriche agli strati muscolari più profondi. 

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