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Il progetto riabilitativo nei casi di spondilosi

La spondilosi è una patologia degenerativa molto diffusa in età avanzata, specialmente a partire dai 50-60 anni, e si delinea come un processo di artrosi generalizzata a livello della colonna vertebrale.
Non esiste una guarigione definitiva ma, con un progetto riabilitativo studiato appositamente sul quadro clinico e sulla condizione fisica del paziente, è possibile tenerla sotto controllo. 

Quali sono i sintomi più comuni? 

Il dolore diffuso alla colonna vertebrale contraddistingue questa patologia. Altri sintomi, tipici dei casi conclamati di spondilosi, sono: 

  • rigidità della colonna e difficoltà a muovere il tronco
  • mal di testa e vertigini
  • vomito 
  • parestesie (formicolio) alle mani e ai piedi 
  • dolore che aumenta durante gli sforzi o altre attività fisiche 

Come viene suddiviso il progetto riabilitativo? 

Per la spondilosi sono necessari due tipi di trattamenti

  1. Sintomatico
    Mirato a ridurre la gravità dei sintomi e migliorare la qualità della vita 
  2. Preventivo
    Basato sull’educazione posturale e sulla riduzione del sovraccarico a livello della colonna vertebrale 

Cosa comprende il trattamento sintomatico? 

Solitamente per questo trattamento si utilizzano farmaci antinfiammatori non steroidei - chiamati FANS - molti dei quali sono comunemente utilizzati (ad esempio l’ibuprofene, il paracetamolo, il naprossene ecc).
Il migliore dei farmaci è l’esercizio terapeutico: stimola la produzione di sostanze che regolano il dolore, lo stress e il sonno. Inoltre, garantisce risultati stabili nel tempo, a differenza dei farmaci tradizionali che, solitamente, danno un beneficio temporaneo. 

E quello preventivo? 

In questo caso si tratta di un trattamento non farmacologico che prevede: 

  • TENS (stimolazione elettrica nervosa transcutanea) per migliorare la sintomatologia algica 
  • diatermia o laser per favorire il microcircolo
  • esercizio terapeutico appropriato
  • massoterapia

Lo sport può essere un alleato da sommarsi alla riabilitazione? 

Assolutamente sì; l’attività deve però essere moderata e regolare, oltre che completamente asintomatica. 

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I protocolli per il trattamento delle lesioni muscolari: da P.R.I.C.E. a P.E.A.C.E. & L.O.V.E.

In caso di infortuni che riguardano muscoli, tendini e articolazioni, adottare il trattamento riabilitativo più corretto può fare la differenza per la salute del paziente.
Dagli anni Novanta ad oggi sono stati adottati vari acronimi inglesi per capire come trattare le lesioni muscolari: P.R.I.C.E., P.O.L.I.C.E. e P.E.A.C.E. & L.O.V.E.
Capiamo meglio cosa prevedono con Bristot Federico, fisioterapista Azimut nella sede di Biella. 

Qual era l’approccio adottato negli anni Novanta? 

In quegli anni si faceva affidamento all’acronimo P.R.I.C.E.: protect, rest, ice, compression, elevation. In altre parole, le lesioni muscolari venivano trattate secondo un protocollo che prevedeva:

  • (P) protezione del muscolo infortunato - nelle prime 24-48 ore - e scarico dell’arto nelle prime ore successive all’infortunio 
  • (R) riposo
  • (I) applicazione della crioterapia (ghiaccio)
  • (C) bendaggio compressivo
  • (E) elevazione dell’arto interessato

Qual è stato il passo successivo? 

Nel 2012 è stato introdotto il protocollo P.O.L.I.C.E.: protection, optimal loading, ice, compression, elevation. 
Sostanzialmente rimaneva tutto invariato rispetto al precedente trattamento, ad eccezione del secondo step - riposo - che è stato sostituito con l’optimal loading (carico ottimale). Prevedeva la stimolazione del processo di guarigione dei tessuti danneggiati con la giusta quantità di carico e di attività. 

Come si è arrivati al protocollo P.E.A.C.E. & L.O.V.E.?

Nel corso degli anni il trattamento delle lesioni dei tessuti ha attirato l’attenzione della ricerca scientifica. A gennaio 2020 si è iniziato a parlare di P.E.A.C.E. & L.O.V.E. a seguito della pubblicazione sul British Journal of Sports Medicine, una delle riviste più autorevoli del settore.

In che cosa consiste? 

P.E.A.C.E. (protection, elevation, avoid anti-inflammatories, compression, education) indica il trattamento da seguire nei primi 3-5 giorni a seguito dell’infortunio e comprende: 

  • (P) protezione
  • (E) elevazione per favorire il riassorbimento dell’edema 
  • (A) evitare farmaci anti-infiammatori per non ostacolare il processo fisiologico di riparazione
  • (C) compressione 
  • (E) educazione del paziente 

La fase L.O.V.E inizia dopo 5 giorni e prevede: 

  • (L) carico dei tessuti - appena i sintomi lo permettono - con esercizi e movimenti utili per migliorare la tolleranza e la capacità di assorbire lo stress meccanico 
  • (O) ottimismo: un atteggiamento positivo aiuta ad affrontare la riabilitazione 
  • (V) vascolarizzazione per promuovere il flusso sanguigno  
  • (E) esercizio, definito in base al meccanismo di infortunio. 

In sintesi, quali sono le principali differenze?

In questo nuovo protocollo, il riposo viene sostituito dal carico ottimale (optimal loading), l’uso del ghiaccio è ridotto alle prime ore per la sua funzione analgesica e l’uso dei farmaci antinfiammatori viene gestito in maniera consapevole senza ostacolare il processo fisiologico di riparazione.

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Dolore alla spalla, l’intervista ad Alessandro Magarotto

Il dolore alla spalla è frequente e le cause possono essere molteplici. La probabilità di manifestarlo aumenta con l’invecchiamento, tuttavia può insorgere anche in giovane età. Abbiamo intervistato Alessandro Magarotto, fisioterapista Azimut presso la sede di Biella, per approfondire l’argomento. 

Come si manifesta?

I sintomi più comuni sono dolore nella zona della spalla e difficoltà a svolgere alcuni movimenti. In questi casi si parla di tendinopatia o tendinosi, uno stato infiammatorio che riguarda il complesso muscolo-tendineo della cuffia dei rotatori. 
Se il danno ai tendini della cuffia dei rotati è grave, il dolore è di importante entità e si manifesta sia quando si muove il braccio sia a riposo (anche nelle ore notturne). 

Quali sono le cause più frequenti? 

Il dolore può essere dovuto da sovraccarichi durante l’attività sportiva o lavorativa, ad esempio l’operaio che svolge gesti ripetitivi e porta spesso il braccio sopra la testa. 
In altri casi invece, può essere legato ad un trauma o ad una caduta. 

Cosa fare quando compaiono i primi sintomi? 

Un medico specialista è in grado di valutare l’articolazione dolente, effettuare un’anamnesi, un esame obiettivo e individuare la causa dell’insorgenza della sintomatologia. Nel caso in cui si sospettino fratture o lesioni gravi alla cuffia dei rotatori, potrebbero esseri richiesti degli accertamenti tramite esami strumentali. 

Il trattamento fisioterapico conservativo è consigliato? 

Sì, sempre, e comprende: terapia manuale, terapie fisiche ed esercizio terapeutico. L’obiettivo è ridurre il dolore, il gonfiore, la sensazione di debolezza e la rigidità dell’articolazione, oltre che permettere il recupero dei movimenti deficitari. 
 

Quando si interviene con la terapia farmacologica e l’intervento chirurgico? 

Il trattamento farmacologico potrebbe essere associato al trattamento conservativo per una migliore gestione della sintomatologia dolorosa. L’intervento chirurgico invece, è preso in considerazione nei rari casi in cui non si raggiunge un miglioramento soddisfacente. 

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Parliamo di meralgia parestesica: sintomi, cause e terapia


La meralgia parestesica è un disturbo di tipo neurologico caratterizzato da un’alterazione della percezione sensitiva cutanea nella parte alta e in quella esterna della coscia. I sintomi più comuni sono formicolio, intorpidimento e dolore bruciante.

Qual è la causa principale?

Il fattore scatenante è la compressione del nervo femoro-cutaneo laterale che decorre a livello dell’inguine e ha una funzione esclusivamente sensitiva e non motoria. 
Il disturbo potrebbe insorgere in caso di: 

  • stato di gravidanza 
  • sovrappeso 
  • indumenti troppo stretti
  • cinture di sicurezza se indossate per un tempo prolungato o dopo un forte impatto

Anche il diabete è una possibile causa, dato che può comportare una sofferenza nervosa di origine metabolica. 

Come distinguere la meralgia parestesica dalla sciatica? 

Due indizi la differenziano dalla lombo-sciatalgia: la zona della coscia in cui si manifestano i sintomi e l’eventuale impedimento motorio. 
Mentre la sciatica si manifesta con formicolii, bruciori, sensazioni di spilli profondi nella zona posteriore della coscia e a volte fino al piede, la meralgia parestesica provoca fastidi nella parte superiore e in quella laterale. Inoltre, è possibile che a tali sintomi si associno debolezza e pesantezza nel muovere l’arto inferiore.

È utile seguire un trattamento riabilitativo?

La riabilitazione ha due funzioni principali: alleviare i sintomi ed evitare le recidive. Occorre comunque modificare le attività quotidiane per permettere la corretta guarigione del nervo, secondo le indicazioni fornite dal fisioterapista. 

Ci sono delle terapie consigliate? 

La terapia fisica più indicata è la T.E.N.S. (stimolazione transcutanea del nervo) che può essere utile per alleviare il dolore da compressione.
Si consigliano inoltre:

  • esercizi terapeutici di decompressione con anche flesse per mobilizzare il bacino 
  • manipolazione miofasciale dei muscoli retto femorale ed ileopsoas
  • massaggio trasverso profondo del legamento inguinale
  • esercizi di stretching per la muscolatura dell’anca e del bacino

Se il dolore risulta invalidante, il medico curante potrebbe prescrivere dei farmaci antinfiammatori o corticosteroidi.

Si possono adottare dei comportamenti precauzionali? 

Evitare posizioni statiche - sedute o in piedi - per un lungo periodo, non accavallare le gambe, indossare abiti comodi, riposare gli arti inferiori sostenendoli con un cuscino per circa 20-30 minuti al giorno.
Queste sono alcune contromisure con intento decompressivo che possono rivelarsi efficaci aiutando ad alleviare la sofferenza del nervo.

 

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